Non basta riscuotere l’affitto per essere considerati impresa

Non basta riscuotere l’affitto per essere considerati impresa.

Interessante sentenza del Tribunale di Verona sulla natura commerciale dell’attività di impresa.

Il Tribunale di Verona con la sentenza n. 327/2018 ha fatto proprio l’orientamento della Suprema Corte secondo cui l’attività di mera riscossione dei canoni di un immobile affittato non costituisce di norma attività d’impresa, indipendentemente dal fatto che ad esercitarla sia una società commerciale, salvo che si dia prova che costituisca attività commerciale di intermediazione immobiliare (cfr., ex multis, ord. Cass. n. 3145/2013; Cass. Sez. Lav., n. 23360/2016; Cass. Sez. Lav., n. 17370/2016; Cass. Sez. Lav., n. 17643/2016).

La Cassazione ha poi specificato che, anche prescindendo dall’esistenza del requisito della natura commerciale dell’attività imprenditoriale, la qualità di socio accomandatario o comunque illimitatamente responsabile non è di per sé presupposto per l’iscrizione nella gestione commercianti, in quanto deve essere sempre dimostrata la partecipazione del socio all’attività imprenditoriale con carattere di abitualità e prevalenza.

Il ricorrente aveva proposto opposizione avverso l’avviso di addebito con il quale l’Inps gli aveva richiesto il pagamento di contributi e somme aggiuntive dovuti per l’assicurazione obbligatoria nella gestione speciale commerciante per un certo periodo di tempo.

Ad avviso dell’INPS il ricorrente era tenuto a versare detti contributi in quanto socio di una s.r.l. svolgente attività imprenditoriale di natura commerciale, alla quale partecipava con continuità e prevalenza; secondo l’opponente, invece, la società in questione si limitava solo a gestire un immobile di proprietà concesso in locazione a terzi e a percepirne i relativi canoni, inoltre egli non svolgeva attività nell’impresa con carattere di abitualità e di prevalenza e pertanto non sussistevano i requisiti in presenza dei quali sorge ex lege l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali e al pagamento della relativa contribuzione.

Il Tribunale di Verona ha accolto il ricorso e dichiarato che l’opponente non è tenuto a pagare le somme richieste dall’Inps con l’avviso di addebito opposto, posto che, affinché sorga l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, è necessaria non solo la qualità di socio accomandatario ma anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui prova, gravante sull’istituto assicuratore, nel caso di specie non è stata fornita dall’INPS.

Invero l’Inps non ha dimostrato la natura commerciale dell’attività svolta dalla società, la quale si limitava alla gestione di un immobile di proprietà, concedendolo in locazione a terzi e riscuotendone i canoni, in maniera non dissimile da quanto verrebbe fatto nel caso in cui la proprietà fosse in capo ad una o più persone fisiche, e pertanto non qualificabile di per sé come attività commerciale, così come non ha dimostrato la natura abituale e prevalente dell’attività prestata dal socio nella società.

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Rate condominiali pagate in ritardo: la mora è legittima?

Rate condominiali pagate in ritardo: la mora è legittima?

Quando è possibile applicare interessi moratori o penali nei confronti dei condomini insolventi.

Tra gli obblighi principali gravanti su ciascun condomino rileva quello relativo al pagamento delle quote condominiali alle scadenze prefissate, in virtù della ripartizione stabilita dalle tabelle millesimali e nel rispetto delle modalità chiarite dal regolamento condominiale.

Ai sensi dell’art. 1130 c.c. spetta all’amministratore la riscossione dei contributi, oltre che l’erogazione delle spese, occorrenti per la manutenzione ordinaria delle parti comuni dell’edificio e per l’esercizio dei servizi comuni. Eventuali contestazioni all’amministratore e al suo operato, pertanto, potranno essergli mosse solo tenendo presente quanto stabilito dal regolamento.

Tanto vale anche laddove si verifichi una mora nei pagamenti, dovendo guardare a quanto previsto dal regolamento come conseguenza del ritardo nei versamenti.

Non è infrequente, infatti, che i condomini non siano in regola o trascurino la gestione degli esborsi dovuti, ricevendo dall’amministratore continui solleciti di pagamento. Tuttavia ci si è chiesti se sia legittimo applicare nei confronti degli insolventi interessi di mora o addirittura delle penali o sanzioni.

Nessun dubbio parrebbe esserci quanto agli interessi legali per il ritardo nel versamento degli oneri condominiali, i quali sorgono di diritto a partire dal momento della scadenza del credito. Il saggio degli interessi legali viene, ex art. 1284 c.c., determinato annualmente dal Ministro dell’Economia e delle Finanze (0,1% fino al 31.12.2017 e 0,3% dal 1° gennaio 2018).

Quanto agli interessi moratori, invece, la Corte di Cassazione (cfr. sent. n. 10196/2013) ha ritenuto doversi considerare nulla (e non semplicemente annullabile) la delibera assembleare, adottata a maggioranza, che stabilisca interessi moratori per il ritardo dei pagamenti delle quote condominiali, in quanto tale previsione non rientra nei poteri dell’assemblea e, pertanto, può essere inserita soltanto in un regolamento contrattuale, approvato all’unanimità

Di conseguenza, secondo i giudici, l’invalidità si estende anche alle successive delibere nella parte in cui, nel ripartire gli oneri di gestione, applichino il relativo tasso di mora. Dunque, anche tali delibere saranno affette da nullità che potrà essere fatta valere dal condomino interessato senza essere tenuto all’osservanza del termine di decadenza di trenta giorni ai sensi dell’art. 1137 c.c.

In sostanza, eventuali indennità di mora aventi natura sanzionatoria/risarcitoria, eccedenti gli interessi legali (c.d. supermulte) e da calcolare percentualmente alla rata scaduta, potranno essere applicate solo laddove lo preveda il regolamento condominiale e qualora la relativa clausola sia stata approvata con il consenso unanime dei proprietari.

Principio analogo si ritiene valga anche per eventuali penali in caso di ritardo nel pagamento degli oneri condominiali.

La stessa Cassazione (cfr. sent. n. 10929/2011), infatti, ha stabilito che, così come gli interessi di mora, eventuali “multe” o penali possano essere applicate nei confronti del condomino moroso unicamente ove tale possibilità sia prevista dal regolamento condominiale e la relativa clausola sia stata approvata all’unanimità.

Infatti, si ritiene non rientri nei poteri dell’assemblea prevedere penali a carico dei condomini morosi, che, in teoria, possono essere inserite soltanto in regolamenti c.d. contrattuali, cioè approvati all’unanimità.

Dunque, un’eventuale delibera assembleare che abbia approvato l’applicazione di penali e sia stata adottata solo a maggioranza, sarà nulla e non semplicemente annullabile, dunque impugnabile dal condomino in qualsiasi momento, ad esempio opponendosi all’eventuale decreto ingiuntivo che, oltre alle quote condominiali, gli intimi di pagare anche altri importi a titolo di penale o interessi di mora.

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Omicidio stradale e guida in stato di ebbrezza: unico reato

Omicidio stradale e guida in stato di ebbrezza: unico reato.

La guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti sono aggravanti dell’omicidio stradale nel rispetto del ne bis in idem sostanziale.

Con la sentenza n. 26857/2018, depositata il 12 giugno, la Cassazione sancisce che, chi guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti deve essere imputato per il reato di omicidio stradale nella forma aggravata, poiché l’imputazione separata e ulteriore per guida in stato di ebbrezza violerebbe il principio del ne bis in idem sostanziale. Questo il cambiamento apportato dalla legge n. 41/2016, che contempla la guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di droghe come aggravanti del reato base di omicidio stradale.

In primo grado l’imputato viene condannato per concorso formale (ai sensi dell’art. 589-bis, comma 8, cod. pen.) dei reati di omicidio colposo stradale, commesso in stato di ebbrezza alcoolica ai sensi dell’art. 186, comma 2, lett. b), del d. Igs. 30 aprile 1992, n. 285 (capo A) e di lesioni colpose stradali gravi, commesso in stato di ebbrezza alcoolica ai sensi dell’art. 186, comma 2, lett. b), del d. Igs. n. 285 del 1992 (capo B). In appello la pena è rideterminata e ridotta a quella applicata per i reati di cui ai capi A) e B) mentre il resto viene confermato. Ricorre in Cassazione l’imputato, ritenendo violata, tra gli altri motivi di ricorso “la disciplina codicistica del reato complesso (art. 84 cod. pen.), tale essendo il rapporto tra omicidio stradale aggravato ex art. 589-bis, comma 4, cod. pen., e guida in stato di ebbrezza alcoolica ai sensi dell’art. 186, comma 2, lett. b), e comma 2-bis, del d. Igs. n. 285 del 1992.”

La Corte, ritenendo parzialmente fondato il ricorso dell’imputato, precisa che la precedente normativa sull’omicidio colposo (art. 589 c.p) e lesioni colpose (art. 590 c.p) prevedeva specifiche aggravanti se i fatti venivano commessi violando le norme sulla circolazione stradale da parte soggetti a cui veniva rilevato un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi/litro. La legge n. 41/2016, che ha introdotto il reato di omicidio stradale, applicabile solo ai conducenti di veicoli a motore, prevede invece che lo stato di ebbrezza costituisca un’aggravante dell’omicidio stradale e non una fattispecie autonoma di reato. La legge 41/2016 ha quindi introdotto un reato complesso, che assorbe la guida in stato di ebbrezza (art. 186 del Codice della strada) e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti (art. 187), che non possono essere contestati separatamente, perché aggravanti dell’omicidio stradale o delle lesioni stradali.

La Cassazione, accogliendo il ricorso in punto di reato complesso, enuncia il seguente principio di diritto: “Nel caso in cui si contesti all’imputato di essersi, dopo il 25 marzo 2016 (data di entrata in vigore della legge n. 41 del 2016), posto alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza e di avere in tale stato cagionato, per colpa, la morte di una o più persone – ovvero lesioni gravi o gravissime alle stesse – dovrà prendersi atto che la condotta di guida in stato di ebbrezza alcoolica viene a perdere la propria autonomia, in quanto circostanza aggravante dei reati di cui agli artt. 589-bis, comma 1, e 590-bis, comma 1, cod. pen., con conseguente necessaria applicazione della disciplina sul reato complesso ai sensi dell’art. 84, comma 1, cod. pen., ed esclusione invece dell’applicabilità di quella generale sul concorso di reati».

Secondo la Cassazione, in virtù del principio del ne bis in idem sostanziale, di cui sono espressione gli artt. 15 e 84 c.p che definiscono il reato complesso e i principi di specialità e assorbimento, non si può addebitare all’imputato più volte il medesimo fatto storico.

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Risarcimento danni da ambiente di lavoro ostile

Risarcimento danni da ambiente di lavoro ostile.

Mini guida in materia di straining basata sui più recenti orientamenti della Corte di Cassazione Sez. Lavoro.

Nel caso in cui il datore di lavoro costringa un dipendente a lavorare in un ambiente ostile, mostrando incuria e disinteresse per il benessere lavorativo di questi, ebbene il primo può essere chiamato a rispondere per violazione dell’art. 2087 c.c., dal momento che in forza dell’espressa disposizione di legge l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro.

Come riconoscere le situazioni lavorative stressogene
Per arrivare a riconoscere chiaramente la natura stressogena (straining) di una determinata circostanza lavorativa, occorre indagare sugli effetti prodotti da questa situazione lesiva.
Lo stress (risarcibile) dunque affiora nel momento in cui provoca nel lavoratore una modificazione in negativo, costante e permanente, della sua situazione lavorativa, modificazione incisiva al punto da pregiudicare la sua salute.

Come abbiamo infatti sopra accennato, il datore di lavoro è obbligato ad evitare situazioni potenzialmente lesive per il proprio dipendente.
In buona sostanza: l’imprenditore / datore deve evitare tutte quelle situazioni che possano far scattare condizioni peculiari che per gravità, livello di frustrazione personale o professionale o altre circostanze del caso concreto, riconducano a questa particolare forma di danno.
E’ bene precisare che, stando agli orientamenti giurisprudenziali più accreditati (cfr. la recente sentenza della Cassazione lavoro n. 12437/2018), in giudizio tale danno può al limite anche prescindere dalla prova rigorosa di un preciso intento persecutorio.

Come capire quando il datore ha danneggiato il dipendente
Abbiamo parlato di situazioni lavorative più che borderline: diciamo smarcatamente stressogene e, come tali, lesive del diritto alla salute del lavoratore, costituzionalmente protetto.
Tanto per fare un esempio (ma la casistica che emerge dalle sentenze è vasta): pensiamo all’improvvisa estromissione del dipendente bancario da un ruolo direttivo, magari accompagnato da un atteggiamento ostile e di scherno posto in essere anche con il supporto subdolo di missive offensive distribuite in azienda, il tutto senza l’intervento del datore per proteggere in tutto o in parte il dipendente.

Come dimostrare i danni
La prova in causa del danno non patrimoniale, inteso questo come lesione del diritto al normale svolgimento della vita lavorativa ed alla libera esplicazione della propria personalità sul luogo di lavoro (anche nel significato areddituale della professionalità), può essere fornita anche con presunzioni.

La prova del danno alla professionalità da perdita di chances, tenuto conto degli effetti prodotti dalla condotta datoriale (pensiamo all’estromissione del dipendente da un settore strategico dell’azienda ove egli stava progressivamente incrementando le proprie conoscenze tecniche e gestionali), può portare il giudice ad accordare un risarcimento con liquidazione equitativa, ad esempio quantificando una percentuale del trattamento retributivo spettante al dipendente.

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Scuola: anche l’insegnamento in pre-ruolo presso gli istituti paritari conta

Scuola: anche l’insegnamento in pre-ruolo presso gli istituti paritari conta.

Il Tribunale di Enna ha riconosciuto il diritto alla valutazione del punteggio maturato per il servizio in pre-ruolo a fini giuridici ed economici.

Le aule di giustizia continuano a dare delle ottime notizie per i docenti: con le ordinanze numero 2944/2018 e numero 2945/2018, il Tribunale di Enna ha riconosciuto il diritto degli insegnanti ad ottenere la valutazione del servizio di insegnamento prestato in pre – ruolo in scuola paritaria, ai fini della mobilità, della ricostruzione di carriera e della posizione stipendiale dagli stessi maturata.

Il giudice Dott. Stancanelli Eugenio Alberto ha infatti accolto i ricorsi proposti a tal fine in via d’urgenza da due docenti, assistite dagli Avvocati Sara Indovino ed Elenio Mancuso del Foro di Enna, affermando che “non possono residuare dubbi circa l’illegittimità (…) della contestata disposizione di C.C.N.I. che esclude qualsiasi attribuzione di punteggio, in sede di mobilità, per il servizio di insegnamento svolto negli istituti paritari”.

Così argomentando, il Tribunale ha quindi riconosciuto alle due insegnanti il diritto ad ottenere da parte del M.I.U.R., dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Sicilia, dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Caltanissetta ed Enna, del Libero Consorzio Comunale di Enna – già Provincia Regionale di Enna e dell’Istituto di Istruzione Superiore “Abramo Lincoln” di Enna, la valutazione del punteggio maturato per il servizio di insegnamento prestato in pre – ruolo presso un istituto di istruzione paritario, in ossequio alla Legge n. 62 del 10.03.2000, al D.L. n. 255 del 3.07.2001, convertito in Legge n. 333 del 20.08.2001 e agli artt. 3 e 97 della Costituzione. Per i giudici, del resto, la mancata attribuzione del punteggio maturato per il predetto servizio in pre – ruolo avrebbe arrecato un pregiudizio irreparabile alla sfera patrimoniale, personale e familiare delle docenti.

Le due pronunce del Tribunale di Enna assumono una particolare importanza nel mondo della scuola, perché, verosimilmente, rappresenteranno la base per delle nuove e importanti interpretazioni su delle fattispecie assolutamente atipiche, oggetto di un ampio dibattito anche politico. Con esse, in sostanza, si è garantita la parità di trattamento tra docenti di provenienza statale e non statale, quindi tra servizi che, nel sistema di istruzione nazionale voluto dalla Legge n. 62/2000, hanno medesime dignità e caratteristiche.

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Responsabilità medica: divieto di espatrio per chi pratica l’eutanasia

Responsabilità medica: divieto di espatrio per chi pratica l’eutanasia.

La Cassazione conferma la misura cautelare nei confronti di un medico che aveva provocato consapevolmente la morte del fratello, non consenziente, e verosimilmente di altri pazienti.

Con la sentenza numero 26899/2018 qui sotto allegata, la Corte di cassazione si è pronunciata sulla vicenda di un medico anestesista che, utilizzando la propria competenza professionale, aveva praticato l’eutanasia nei confronti del fratello, non informato né consenziente, così provocandone la morte con un non irrilevante anticipo rispetto a quello che la sua malattia faceva ipotizzare.

Il medico, una donna alla quale era stata inflitta la misura cautelare del divieto di espatrio, si era rivolta ai giudici supremi per veder revocato tale provvedimento, ma con esito negativo.

La piena consapevolezza di provocare la morte del fratello, la sussistenza di sospetti casi di precedenti analoghi interventi, la facilità di accesso illecito ai farmaci necessari e il radicamento all’estero della ricorrente sono stati considerati elementi più che sufficienti a confermare la misura adottata dal G.I.P. e già ratificata dal Tribunale del riesame.
Differenza tra eutanasia e sedazione profonda

Nella pronuncia in commento, la Cassazione ha anche ricordato quali sono le differenze tra eutanasia e sedazione profonda.

L’eutanasia, in particolare, deve essere definita come “un’azione od omissione che ex se procura la morte, allo scopo di porre fine a un dolore”.

La sedazione profonda, invece, è la “somministrazione intenzionale di farmaci, nella dose necessaria richiesta, per ridurre, fino ad annullare, la coscienza del paziente, per alleviarlo da sintomi fisici o psichici intollerabili nelle condizioni di imminenza della morte con prognosi di ore o poco più per malattia inguaribile in stato avanzato e previo consenso informato”.

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Divorzio: assegno alla ex anche se il matrimonio è durato poco

Divorzio: assegno alla ex anche se il matrimonio è durato poco.

Per la Cassazione la scarsa durata della convivenza non costituisce un elemento idoneo a escludere il diritto all’assegno.

In presenza dei requisiti economici per il diritto dell’ex di ricevere l’assegno di mantenimento, al godimento del beneficio non osta la circostanza che il matrimonio ha avuto una durata limitata.

La Corte di cassazione ha avuto modo di affermarlo, recentemente, con la sentenza numero 15144/2018 qui sotto allegata, confermando la scelta del giudice del merito di riconoscere il diritto di una donna a ricevere l’assegno di mantenimento dal marito in ragione del divario reddituale che li separava e, in generale, della loro diversa posizione economica.

L’uomo si era rivolto ai giudici di legittimità per chiedere la riforma di tale decisione facendo leva, tra le altre cose, sulla circostanza che il legame coniugale si era protratto per poco tempo e non aveva quindi permesso il consolidamento di una comunione materiale e spirituale con l’ex moglie.

Per la Corte, però, la scarsa durata della convivenza, “non costituisce un elemento che possa indurre ad escludere il diritto all’assegno di mantenimento, peraltro sul rilievo che la durata del matrimonio non è un fattore della relativa attribuzione”.

Nel caso di specie si era avuta anche una sentenza di nullità del matrimonio non delibata, che è anch’essa stata reputata irrilevante dai giudici, posto che la stessa si è espressa solo sui presupposti della valida insorgenza del vincolo religioso.

A carico del ricorrente resta quindi definitivamente l’obbligo di corrispondere alla ex moglie i 250 euro mensili stabiliti per l’assegno di mantenimento.

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Limiti di sosta: la multa non è sproporzionata

Limiti di sosta: la multa non è sproporzionata.

Secondo la Corte Costituzionale, la sanzione per la violazione dei limiti di sosta non è sproporzionata rispetto a quella stabilita per l’inosservanza del divieto.

Non c’è sproporzione tra il trattamento sanzionatorio previsto in caso di violazione dei limiti orari di sosta e quello sancito per la violazione del divieto. Queste le conclusioni della Corte Costituzionale nella sentenza n. 111/2018, chiamata a pronunciarsi sulla questione di costituzionalità sollevata dal Giudice di Pace di Verona, per violazione dell’art. 3 della Costituzione da parte dell’art. 7, comma 15, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285. La dedotta illegittimità infatti è superabile attraverso l’interpretazione costituzionalmente orientata del termine “periodo”.

Il Giudice di Pace di Verona ritiene che l’art. 7, comma 15, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Codice della strada) violi il principio di uguaglianza e di ragionevolezza sanciti dall’art. 3 Costituzione perché:
– in caso di protrazione della sosta limitata o regolamentata, la sanzione, da € 25,00 ad € 100,00 si applica per ogni periodo per il quale si protrae la violazione;
– mentre in caso di violazione del divieto di sosta la sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra € 41,00 ed € 169,00 è comminabile per ogni periodo di ventiquattro ore.

Secondo il Giudice di Pace di Verona la sanzione prevista per la violazione del divieto di sosta, infrazione ben più grave, sarebbe irragionevolmente meno gravosa rispetto a quella comminata perla violazione dei limiti di durata, applicabile “per ogni periodo per il quale si protrae la violazione”.

Secondo la Corte Costituzionale, per risolvere la questione di costituzionalità sollevata dal Giudice di Pace di Verona, occorre fornire un’interpretazione costituzionalmente orientata della nozione di “periodo” utilizzata dal comma 15 dell’art. 7 del Codice della Strada.

La Corte ritiene infatti che: “il periodo di protrazione della violazione, che consente la reiterazione della sanzione, non si riferisca alla sosta autorizzata per il periodo determinato dal pagamento effettuato dall’utente o indicato nel disco orario esposto. I regolamenti comunali disciplinano la sosta autorizzandola in determinate fasce orarie della giornata, nelle quali sono vigenti i limiti imposti per la sosta regolamentata o limitata. Pertanto è ragionevole riferire il “periodo” di cui al comma 15 dell’art. 7 del d.lgs. n. 285 del 1992 alla protrazione della sosta oltre la fascia di vigenza giornaliera o infra giornaliera della sosta, limitata o regolamentata, come determinata dai regolamenti comunali.”

“Le sanzioni per le violazioni così intese saranno certamente più gravose rispetto a quella relativa alla violazione del divieto di sosta permanente, ma sicuramente non sproporzionate; invero, mentre la sanzione per la protrazione del divieto di sosta permanente può essere reiterata ogni ventiquattro ore, quella relativa alla sosta limitata o regolamentata è irrogabile alla fine di ogni fascia oraria, verosimilmente due volte al giorno in caso di due fasce di regolamentazione giornaliere.”

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Danno da matrimonio rovinato per il proprietario che modifica il locale

Danno da matrimonio rovinato per il proprietario che modifica il locale.

La responsabilità del proprietario della location per la variazione della struttura prima della data della cerimonia nuziale.

Sulla scorta di una interpretazione rigorosa della normativa civilistica in materia di adempimento contrattuale, è da affermare che costituisce grave inadempimento la condotta del proprietario o gestore della location che, dopo la pattuizione del contratto avente ad oggetto il party di matrimonio, muti una parte sostanziale della struttura senza darne avviso ai promessi coniugi.

Costituisce, infatti, diritto dei promessi sposi recedere ad nutum dal contratto, a maggior ragione allorquando sia stata corrisposta una caparra sul prezzo finale, ovvero chiedere la risoluzione del contratto sottoscritto per inadempimento.

Quanto esposto, de iure condendo, si fonda sul presupposto che tra le parti siano sorte obbligazioni da contratto (ex art. 1218 c.c.) in base alle quali il proprietario o gestore della struttura si sia impegnato ad assicurare ai futuri sposi un ambiente idoneo e conforme a quanto previsto dall’accordo sottoscritto, nonché confacente alle esigenze espresse dai soggetti stipulanti.

A norma dell’art. 1325 c.c., come noto, tra gli elementi essenziali del contratto rientra, infatti, l’oggetto dello stesso, inteso quale fondamento costituivo su cui si erige l’accordo delle parti e la volontà espressa dai sottoscriventi.

La modifica di un elemento strutturale del contratto, se adottata in maniera inopinata da una sola delle parti stipulanti senza il consenso dell’altra, determina, infatti, la responsabilità della parte contrattualmente infedele.

La variazione strutturale, pertanto, comporta una modifica mediata del contratto sottoscritto, avendo mutato un elemento fondamentale dello stesso.

Sul punto è ancora da precisare che il comportamento del gestore della location che ne abbia mutato una parte sostanziale senza preavviso, sia contrario a buona fede contrattuale.

In ordine alla buona fede contrattuale le parti, infatti, sono tenute non solo ad eseguire ciò che è previsto dall’accordo, ma anche a tenere comportamenti imposti in via integrativa dalla legge, dagli usi e dall’equità, nonché tutte quelle condotte che, secondo correttezza e ordinaria diligenza, sono necessarie per preservare l’utilità e l’interesse dell’altra parte contrattuale. Ebbene, una variazione inopinata della location, può di sicuro essere tale da determinare una diminuzione notevole, se non un soppressione totale degli interessi della parte contrattualmente fedele.

A norma delle disposizioni civilistiche in materia, l’inesatto adempimento delle obbligazioni scaturenti dal contratto, come avvenuto nel caso in esame, comporta la risoluzione contrattuale, oltre al risarcimento dei danni subiti dalla parte contrattualmente fedele (art. 1453 c.c.).

Ancora sul punto si rilevano le diramazioni di responsabilità extracontrattuale della condotta della parte contrattualmente infedele, scaturenti dalla violazione degli obblighi di protezione che tipicamente ricadono sui professionisti del settore e che sono rivolti a tutelare il benessere psichico dei clienti/contraenti che si affidano all’organizzazione di un evento di tale importanza.

Da ciò deriva l’obbligo di tutela degli interessi personali e relazionali legati all’organizzazione dell’evento di cui i professionisti sono affidatari, in quanto rivestono una posizione di garanzia a tutela della incolumità degli interessi che gli sono stati affidati.

Sugli stessi grava, infatti, anche l’obbligo del neminem laedere, inteso come impegno/dovere di non arrecare danni alla altrui sfera giuridica ex artt. 2043 e 2051 c.c., oltre a soddisfare gli interessi sottesi al contratto.

Da quanto esposto appare evidente la sussistenza del diritto dei promessi sposi ad ottenere il risarcimento dei danni patiti, in primis quale conseguenza immediata e diretta dell’eventuale risoluzione contrattuale, in applicazione del combinato disposto degli artt. 1218 e 1453 c.c..

Il danno subito, inoltre, è anche legato ai contraccolpi della condotta del responsabile sulla sfera psico-affettiva dei coniugi, derivante dall’insoddisfazione, rabbia e abbattimento di chi ha subito l’inadempimento.

In casi simili l’accento deve essere posto sulla privazione per gli sposi di ripetere l’archetipo perfetto di un giorno indimenticabile come quello delle nozze.

Il danno subito è, infatti, da rilevarsi anche in riferimento al profilo non-patrimoniale dello stesso, inteso quale danno subito dai promessi sposi (art. 1453, nonché art. 2059 c.c.), in ordine alla perdita di quell’occasione irripetibile rappresentata dal giorno delle nozze e quale lesione del diritto a goderne pienamente in ottemperanza a quanto desiderato.

Tali danni debbono ritenersi prevedibili (artt. 1223 e 1225 c.c.), in quanto specificamente sanciti dal contratto ed ampiamente ipotizzabili, soprattutto da professionisti del settori, quali si presumono essere i gestori di una struttura/location adibita ad eventi e cerimonie.

Anche sul versante extracontrattuale la tutela risarcitoria deriva dall’apertura, sancita dall’ormai pacifico orientamento della giurisprudenza di legittimità, dell’art. 2 Cost., ad un processo evolutivo, volto a tutelare gli interessi che emergono nella realtà sociale ed attinenti a diritto inviolabili della persona umana (Cfr. Cass. SS.UU. n. 26972/2008 e succ. conf. in applicazione della tutela ex art. 2043 e 2059).

Dunque, il danno da risarcire è diretta conseguenza della prestazione dovuta e non effettuata, od almeno effettuata solo parzialmente dalla parte contrattualmente infedele.

Resta da menzionare la risarcibilità del danno di immagine dei futuri coniugi con i soggetti già invitati alle nozze, nonché la lesione del rapporto di serenità e benessere di coppia (arg. ex art. 2 Cost. e art. 20143 c.c.).

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Licenziato chi commette atti osceni nei confronti della collega

Licenziato chi commette atti osceni nei confronti della collega.

La Cassazione conferma il licenziamento per giusta causa del dipendente che ha commesso atti osceni in danno di una collega a un meeting di lavoro.

Via libera al licenziamento per giusta causa nei confronti del dipendente che ha commesso atti osceni in danno di una collega a un meeting di lavoro.

Lo ha deciso la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza n. 13979/2018, pronunciandosi sul ricorso di un lavoratore licenziato dalla società per aver commesso atti osceni in danno di una collega in occasione di un meeting di lavoro.

Ciononostante, l’uomo contesta la decisione ritenendo non provato l’addebito in quanto sarebbero state inattendibili le dichiarazioni rese dalla predetta collega, denunciante il fatto circa un mese dopo e costituitasi parte civile nel processo penale a suo carico.

Una doglianza inammissibile per gli Ermellini secondo cui non sussiste alcuna violazione dell’art. 2697 c.c., che si sarebbe configurato solo ove il giudice avesse attribuito l’onere della prova a una parte diversa da quella che ne è gravata secondo le regole dettate dalla norma.

Non anche quando, a seguito di una incongrua valutazione delle acquisizioni istruttorie, il giudice abbia errato nel ritenere che la parte onerata abbia assolto tale onere, poiché in questo caso vi è soltanto un erroneo apprezzamento sull’esito della prova, sindacabile in sede di legittimità solo per il vizio di cui all’art. 360 n. 5 del codice di procedura civile.

Neppure possono ritenersi violati gli artt. 115 e 116 c.p.c. per un’erronea valutazione, come quella prospettata dal ricorrente, del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma rispettivamente solo allorché si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione.

La censura del ricorrente, conclude il giudice, si risolve piuttosto in un’inammissibile contestazione dell’accertamento in fatto e della valutazione probatoria della Corte territoriale, pure sorretti da un ragionamento argomentativo corretto, nella sottesa ma evidente sollecitazione di un riesame del merito, insindacabile in sede di legittimità.
Cass., sezione lavoro, sent. n. 13979/2018

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