Bollette a 28 giorni: entro il 31 dicembre il rimborso

Bollette a 28 giorni: entro il 31 dicembre il rimborso.

L’Agcom ha individuato il termine entro cui gli operatori telefonici (Fastweb, Tim, Vodafone, Wind Tre) dovranno restituire in bolletta i giorni erosi a seguito della fatturazione a 28 giorni.

Entro il 31 dicembre Tim, Vodafone, Wind Tre e Fastweb dovranno restituire in bolletta il “maltolto” a causa della fatturazione a 28 giorni. Lo ha deciso l’Agcom, individuando il termine entro il quale gli operatori telefonici dovranno rimborsare agli utenti i giorni illegittimamente erosi per la telefonia, a seguito delle bollette a 28 giorni emesse in violazione della delibera dell’Autorità n. 121/17/CONS.

L’Autorità, con 4 delibere precedenti, aveva diffidato gli operatori a far venir meno gli effetti dell’illegittima anticipazione della decorrenza delle fatture emesse successivamente alla data del 23 giugno 2017.

Nel rispetto delle indicazioni del Tar del Lazio, dunque, con l’attuale delibera n. 269/18/CONS, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha individuato il nuovo termine del 31 dicembre entro il quale le società dovranno ottemperare a quanto richiesto nei provvedimenti di diffida.

Il provvedimento adottato intende salvaguardare in tempi rapidi i diritti di tutti gli utenti coinvolti dagli aumenti tariffari imposti dagli operatori.

Nello specifico, entro tale data, le società di telefonia dovranno restituire alla clientela, direttamente in bolletta, o eventualmente spalmati su più fatture, “i giorni erosi per effetto della violazione dell’obbligo di cadenza di rinnovo delle offerte e della periodicità della fatturazione su base mensile”.

Riguardo al calcolo dei giorni da restituire, l’Agcom sottolinea che “ciascun operatore dovrà riconoscere in fattura ai propri utenti il periodo compreso tra il 23 giugno 2017 e la data in cui è stata ripristinata la fatturazione su base mensile”.

Per chi nel frattempo ha cambiato operatore, invece, precisa l’Autorità, “adeguate modalità di ristoro saranno definite all’esito dei contenziosi ancora pendenti dinanzi al TAR Lazio, la cui discussione di merito è prevista nel prossimo mese di novembre”.

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Paghi poco di luce? Perdi le agevolazioni prima casa

Paghi poco di luce? Perdi le agevolazioni prima casa.

Per la Cassazione la bolletta della luce esigua è elemento presuntivo sufficiente per perdere l’agevolazione ICI per la prima casa.

I bassi consumi di energia elettrica risultanti dalle bollette riferibile a un triennio, costituiscono un elemento presuntivo sufficiente da cui desumere che, chi beneficia delle agevolazioni ICI in realtà non ne ha diritto visto che è chiaro che l’immobile non costituisce abitazione principale. Le risultanze anagrafiche infatti possono essere superate da una prova contraria.

E’ quanto stabilito dalla Cassazione con la recente ordinanza n. 14793/2018.

I ricorrenti impugnano davanti alla Corte di Cassazione la sentenza della Commissione Tributaria della Regione Toscana, sezione di Livorno che, in relazione ad alcuni avvisi d’accertamento ICI per il 2008-2010, non riconosce l’agevolazione prevista per gli immobili destinati ad abitazione principale. I ricorrenti ritengono che i giudici d’appello hanno errato nel ritenere sufficiente il solo elemento presuntivo della scarsità dei consumi elettrici, per non riconoscere il diritto all’agevolazione prevista per l’abitazione principale, ai fini ICI, nonostante la residenza anagrafica degli stessi presso l’immobile.

La Cassazione ritiene infondato il ricorso in quanto “In tema di ICI, ai fini del riconoscimento dell’agevolazione prevista dall’art. 8 del d.lgs. n. 504 del 1992 per l’immobile adibito ad abitazione principale, le risultanze anagrafiche rivestono un valore presuntivo circa il luogo di residenza effettiva e possono essere superate da prova contraria, desumibile da qualsiasi fonte di convincimento e suscettibile di apprezzamento riservato alla valutazione del giudice di merito.” (Cass. ord. n. 12299/17, n. 13062/17)”.

Nel caso di specie, la Commissione Tributaria della Regione Toscana ha ritenuto che i bassi consumi della luce costituiscono un elemento presuntivo sufficiente (che supera le risultanze anagrafiche) da cui desumere che i ricorrenti non hanno la loro abitazione principale nell’immobile che beneficia dell’agevolazione ICI.

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Conto corrente condominiale? Si può pignorare

Conto corrente condominiale? Si può pignorare.

Secondo la giurisprudenza recente il conto corrente condominiale è pignorabile senza che questo comporti la lesione del principio della preventiva escussione.

Dopo la riforma del 2012 una delle questioni su cui la giurisprudenza si è interrogata di più è quella relativa alla pignorabilità del conto corrente condominiale. Alcune sentenze piuttosto recenti considerano il condominio come un’entità distinta e in quanto tale titolare di un conto corrente separato da quello dei singoli condomini. Per questo non si rischia di ledere l’art. 63 disp att. c.c., che vieta al creditore di escutere i condomini in regola se non dopo aver agito nei confronti di quelli morosi. Questa regola infatti vale quando il creditore agisce in via parziaria, non sul Condominio nel suo complesso.

Conto corrente e debiti condominiali: cosa dice la legge?
Il comma 7 dell’art. 1129 c.c. dispone che: “L’amministratore è obbligato a far transitare le somme ricevute a qualunque titolo dai condomini o da terzi, nonché quelle a qualsiasi titolo erogate per conto del condominio, su uno specifico conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio.” Il condominio quindi ha un suo conto corrente per far fronte alle spese comuni. Esiste però un prinicpio in materia di debiti condominiali per tutelare i condomini in regola con i pagamenti rispetto a quelli morosi. Si tratta dell’art. 63 disp att. c.c. secondo il quale “I creditori non possono agire nei confronti degli obbligati in regola con i pagamenti, se non dopo l’escussione degli altri condomini.”

Da una parte quindi una norma da cui si desume l’esistenza di un conto corrente intestato al Condominio nel suo complesso e dall’altra una che protegge i condomini virtuosi, per i quali la tutela approntata dall’art. 63 disp. att. c.c. rischia di essere vanificata nel momento in cui le somme confluiscono nel conto corrente comune. Vediamo come sta affrontando il problema la giurisprudenza.

E’ legittimo pignorare il conto del condominio?
La prima pronuncia ha a che fare con una causa che vede contrapposti un Condominio e una società di servizio idrico integrato, che agisce esecutivamente per il recupero del quantum dovuto. Il Condominio si oppone perché, ai sensi dell’art. 63 disp. att. c.c., i creditori non possono agire nei confronti dei condomini che risultano in regola con i pagamenti, se non dopo aver escusso quelli morosi.

La sentenza del Tribunale di Cagliari del 27 febbraio 2018 che chiude la presente vertenza ritiene che l’azione esecutiva è legittima perché sia l’utenza idrica che il conto corrente sono intestati al Condominio. Agendo in questi termini non si vanno a ledere gli interessi dei condomini in regola, come sancito dall’art 63 disp. att. c.c. Secondo il tribunale sardo infatti il Condominio è un’entità distinta dai condomini che ne fanno parte e il conto a questo intestato è distinto da quello dei singoli condomini, poiché dal momento che in esso versano denaro, ne perdono la disponibilità. Qualche dubbio resta, anche se la sentenza in esame non è un caso isolato.

Sono diverse infatti le pronunce pro pignorabilità del conto corrente condominiale:
– secondo una pronuncia del 2014 del Tribunale di Pescara l’art. 63 disp att. c.c. prevede l’obbligo di preventiva escussione del condomino moroso, ma non del Condominio nel suo complesso. Al creditore pertanto non è vietato aggredire immediatamente il conto condominiale;
– per una sentenza del Tribunale di Bologna del 2014 il conto corrente condominiale è aggredibile perché il vincolo di destinazione imposto alle somme in esso versate recide ogni legame con quelle proprie dei singoli condomini;
– per una decisione del Tribunale di Milano del 2014 infine il Condominio ha un patrimonio distinto da quello dei condomini, come emerge dalla formula che vieta la “confusione di cassa” tra conto condominiale e conti dei singoli condomini.

Il conto corrente è patrimonio del condominio?
Altra importante conferma alle tesi giurisprudenziali menzionate viene dal Tribunale di Milano che, nell’articolata sentenza del novembre 2017 premette che, per effetto delle modifiche normative intervenute in materia condominiale può ritenersi esistente una sorta di “patrimonio del condominio” costituito dalle somme presenti sul conto corrente intestato allo stesso, anche se ancora privo di vincolo di destinazione degli importi. Non si può negare infatti che il conto corrente condominiale rappresenti una prima garanzia (art. 2744 c.c.) per i creditori del condominio, che potranno decidere se agire:
– per intero nei confronti del condominio, pignorando il conto condominiale;
– o in via parziaria verso singoli condomini, nel rispetto dell’art 63 disp. att. c.c. considerata l’esistenza contestuale di obbligazioni distinte: quelle relative all’intero debito in capo all’amministratore (nella qualità di mandatario dei singoli condomini) e quelle inerenti le singole quote dei condomini obbligati in virtù e in misura delle diverse quote di partecipazione.

Ne consegue che “là dove il creditore agisca per il recupero dell’intero credito in forza del contratto che lo lega al condominio (e non nei confronti dei singoli condomini tenuti alla contribuzione) non può trovare applicazione il disposto dell’art. 63 disp. att. c.c. perché lo stesso, pignorando il conto corrente condominiale, non “agisce nei confronti degli obbligati in regola con i pagamenti”, ma aggredisce il “patrimonio del condominio”, patrimonio che al condominio obbligato fa direttamente capo”.

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Fisco: addio rateizzazione se omesso anche un solo pagamento

Fisco: addio rateizzazione se omesso anche un solo pagamento.

La Cassazione conferma la decadenza dal beneficio della rateizzazione ove il contribuente ometta di versare al Fisco anche una sola rata successiva alla prima.

Decade dal beneficio della rateizzazione il contribuente che omette di versare al Fisco anche una sola delle rate successive alla prima relative alle somme dovute a seguito di adesione al processo verbale di constatazione. L’inadempimento, dunque, legittima l’iscrizione a ruolo dei residui importi dovuti a titolo di imposta, interessi e sanzioni in misura piena.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sezione tributaria, nella’ordinanza n. 13133/2018 sul ricorso di un contribuente che aveva optato per l’adempimento dilazionato delle imposte che era tenuto a versare al Fisco (in materia di IRPEF, Addizionale Regionale e Comunale).

Tuttavia, questi a causa di problemi finanziari non provvedeva al pagamento delle rate scadute e, conseguentemente, l’Agenzia delle entrate procedeva a iscrivere a ruolo, ex art. 14 d.P.R. n. 602/1973, le intere somme dovute dedotti i versamenti già eseguiti, con sanzioni e interessi, notificando la relativa cartella di pagamento.

Il contribuente impugnava l’atto impositivo innanzi alla CTP affermando che l’iscrizione a ruolo poteva essere effettuata solo limitatamente alle rate scadute rimaste insolute e non all’intero debito. Ricorso respinto dalla Commissione che, rilevata la decadenza del ricorrente dal beneficio della rateizzazione, riteneva legittima l’iscrizione a ruolo dell’intere somme dovute dedotti i versamenti già eseguiti. Decisione confermata anche dalla CTR chiamata a pronunciarsi in seconde cure.

In Cassazione, gli Ermellini chiariscono come, con riferimento all’anno di imposta della vicenda di cui è causa (2006), vada applicato l’art. 8, comma 3-bis ,del d.lgs. n. 218/1997, come modificato dalla legge n. 311/2004, che ha apportato alcune significative modifiche alla disciplina che regola il pagamento rateale del debito erariale.

Il legislatore, infatti, ha espressamente disciplinato l’ipotesi di inadempimento di alcuni dei pagamenti previsti dal piano di rateazione: si è stabilito, tra l’altro, che il mancato pagamento anche di una sola delle rate successive alla prima determini la decadenza del contribuente dal beneficio della rateizzazione dell’importo dovuto in forza di un atto di accertamento o PVC, a cui si è prestata acquiescenza o adesione, come nella specie avvenuto.

Ne deriva che nessuna censura può essere espressa nei confronti della sentenza impugnata avendo la CTR rilevato, a causa dell’omesso versamento delle rate scadute, la decadenza dal beneficio della reteizzazione e, quindi, la legittima iscrizione a ruolo delle intere somme dovute, dedotti i versamenti già eseguiti.

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Cassazione: niente Irap per l’avvocato con una segretaria

Cassazione: niente Irap per l’avvocato con una segretaria
Per le Sezioni Unite l’autonoma organizzazione sussiste in presenza di beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile. E per chi ha versato scattano i rimborsi

avvocato segretariaNon paga l’IRAP il professionista che si avvale di un solo dipendente con mansioni di segreteria e di beni strumentali minimi per l’esercizio della propria attività.
Lo hanno affermato le Sezioni Unite di Cassazione nella sentenza n. 9451/2016 che torna sull’orientamento già tracciato in precedenza nella sentenza n. 3676/2007.

La pronuncia origina dal ricorso dell’Agenzia delle entrate nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania che, rigettandone l’appello, aveva riconosciuto a un avvocato il diritto al rimborso dell’IRAP versata per gli anni dal 2000 al 2004.

Il giudice d’appello, rilevato che nello svolgimento dell’attività professionale il contribuente si avvaleva “solo di un lavoratore dipendente con mansioni di segretario e di beni strumentali minimi”, ha ritenuto che “la presenza minimale di strumenti e di collaborazione non costituiva autonoma organizzazione” ai sensi dell’art. 2 del d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 446.
Secondo l’Agenzia, invece, il requisito dell’autonoma organizzazione ai fini dell’IRAP ricorrerebbe allorché il contribuente sia, sotto qualsiasi forma il responsabile dell’organizzazione e si avvalga del lavoro anche di un solo dipendente.

Osserva il Collegio che la sentenza n. 3676 del 2007, menzionata come significativa dell’indirizzo più risalente, e decisamente maggioritario, rappresenta, con alcune pronunce coeve, il punto di approdo di una prima fase dell’elaborazione giurisprudenziale della Corte sull’IRAP, incentrata sul presupposto dell’imposta, regolato dagli artt. 2 e l del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, istitutivo del tributo, mentre la seconda fase è stata piuttosto caratterizzata dalla definizione dei contorni della platea dei soggetti passivi.

Le Sezioni unite, con riguardo al requisito dell’autonoma organizzazione nel presupposto dell’IRAP, condividono i principi e, più complessivamente, l’impianto ricostruttivo fornito allora con la sentenza capofila e tuttavia ritengono che essi meritino, più che una rivalutazione, delle precisazioni concernenti il fattore lavoro.

Per la Cassazione, fra “gli elementi suscettibili di combinarsi con il lavoro dell’interessato, potenziandone le possibilità necessarie”, accanto ai beni strumentali vi sono i mezzi “personali” di cui egli può avvalersi per lo svolgimento dell’attività; affinché questi davvero rechino ad essa un apporto significativo, occorre che le mansioni svolte dal collaboratore non occasionale concorrano o si combinino con quel che è il proprium della specifica professionalità espressa nella “attività diretta alla scambio di beni a di servizi”, di cui fa discorso l’art. 2 del d.lgs. n. 116 del 1997, e ciò vale tanto per il professionista che per l’esercente l’arte, come, più in generale, per il lavoratore autonomo ovvero per le figure “di confine” individuate nel corso degli anni dalla giurisprudenza.

Infatti, è in tali casi che può parlarsi, per usare l’espressione del giudice delle leggi, di “valore aggiunto” o, per dirla con le pronunce della sezione tributaria del 2007, di “quel qualcosa in più”.
Diversa incidenza assume perciò l’avvalersi in modo non occasionale di lavoro altrui quando questo si concreti nell’espletamento di mansioni di segreteria o generiche o meramente esecutive, che rechino all’attività svolta dal contribuente un apporto del tutto mediato o, appunto, generico.

Lo stesso limite segnato in relazione ai beni strumentali, “eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione” vale, armonicamente, anche per il fattore lavoro, la cui soglia minimale si arresta all’impiego di un collaboratore.

Nel rigettare il ricorso dell’Agenzia, la Corte enuncia il seguente principio di diritto: “con riguardo al presupposto dell’IRAP, il requisito dell’autonoma organizzazione, previsto dall’art. 2 del d.lgs. 15 settembre 1997, n. 446, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente; a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segreteria ovvero meramente esecutive”.

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Equitalia: impugnabile l’estratto di ruolo

Equitalia: impugnabile l’estratto di ruolo
Il documento non è di per sé impugnabile, ma consente al contribuente di tutelarsi anticipatamente e regolarizzare la propria posizione

equitalia-prescrizioneCome confermato dalle Sezioni Unite di Cassazione, sentenza n. 19704/2015, può essere impugnata la cartella, anche se invalidamente notificata, della quale il contribuente abbia avuto conoscenza tramite l’estratto di ruolo rilasciato su sua richiesta dal concessionario.

L’estratto di ruolo, in sé, resta un documento dal valore informativo che non contiene alcuna pretesa impositiva, sia diretta che indiretta, ma non preclude l’impugnazione della cartella.
Infatti il ricorrente, lungi dall’impugnare il documento estratto di ruolo, ha interesse ad impugnare il contenuto del documento stesso ossia gli atti che l’estratto indica, assumendo che questo sia stato notificato invalidamente. In sostanza, ha interesse alla tutela anticipata dell’impugnazione della cartella di pagamento e quindi senza la necessità di dover attendere la notificazione di un atto successivo in cui si snoda il procedimento di imposizione e riscossione.

Questa la tematica affrontata anche dal Tribunale di Palermo, quinta sezione civile, nella sentenza n. 1027/2016 con cui il giudice ha rigettato il ricorso promosso da una società facente parte di un ufficio di riscossione.
La ricorrente chiedeva, tra l’altro, di accertare l’avvenuta estinzione per prescrizione di crediti contenuti in cartelle di pagamento riferite al convenuto di cui il giudice di pace aveva dichiarato la nullità. Riconoscendo la prescrizione, le cartelle avrebbero ritrovato una rinnovata validità coinvolgendo anche le rispettive notifiche eseguite a loro volta dichiarate non valide dal giudice a quo.

Il ricorrente aveva impugnato le cartelle del caso di specie dopo averne avuto conoscenza tramite l’estratto di ruolo richiesto all’agente riscossone al fine di regolarizzare la sua posizione, pertanto la sua impugnazione deve essere ritenuta legittima secondo i parametri stabiliti dalle Sezioni Uniti.
Il ricorso va pertanto rigettato e il Tribunale chiarisce, condividendo le impressioni del Giudice di Pace, che le notifiche poste in essere sono nulle poichè, ad esempio, sono state effettuate tramite consegna a familiari non residenti con l’interessato.

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Equitalia si paga anche in carcere

Equitalia si paga anche in carcere
La possibilità di soddisfare i propri crediti mediante il pignoramento presso terzi, secondo i recenti episodi di cronaca, non si arresta dinanzi alle sbarre delle carceri

img1rewSi può dire che Equitalia il suo compito di riscossione lo prende davvero sul serio: nella ricerca dei cittadini morosi, infatti, non risparmia di scandagliare anche le carceri!

E le cartelle esattoriali stanno iniziando a varcare le soglie dei penitenziari a porte spalancate.

Forte della possibilità di soddisfare i propri crediti mediante il pignoramento presso terzi, Equitalia si sta ricordando che terzi sono anche le case circondariali, specie se i detenuti svolgono al loro interno dei lavoretti retribuiti a scopo di riabilitazione.

Rivolgersi all’istituto/datore di lavoro è cosa agevole ed evita una serie di trafile che, per la predetta tipologia di debitori, sarebbero ancora più complesse di quanto già normalmente non siano.

Così l’ente della riscossione ha deciso di approfittare della possibilità con sempre maggiore frequenza e di apporre un vincolo di indisponibilità sui beni del debitore quando questi sono nelle mani di terzi. Anche se i debitori sono dei detenuti.

A tal proposito, è di poco meno di un mese fa la storia di un detenuto napoletano, in cella ad Ancona: per un suo debito nei confronti dello Stato, il carcere presso il quale egli è rinchiuso si è visto notificare un pignoramento presso terzi.

Il carcere, insomma, isola dal mondo esterno ma non dai debiti!

Molti si chiederanno quale è stato l’oggetto del pignoramento. Ecco qui: la diaria di circa venti euro al giorno che il carcere corrisponde al detenuto come contropartita per i lavori di giardinaggio che egli svolge a scopo riabilitativo.

Questa storia, peraltro, non è isolata: i detenuti che, alle pene del carcere, vedono sommate quelle derivanti dalla riscossione di Equitalia non sono pochi. Le conseguenze di un bollo, una multa, una qualsiasi tassa non pagata in passato non si arrestano neanche dinanzi alle sbarre.

Sui giornali rimbalza l’allarme lanciato dal legale dell’uomo, l’Avvocato Pisani: davvero la riscossione è così importante e legittima la messa all’angolo del buon senso? La stessa sorte dei carcerati potrebbe toccare anche a molti altri cittadini in una condizione di debolezza e difficoltà, come i pensionati. Che sia il caso di alleggerire il metro di valutazione di simili situazioni?

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Equitalia: rate da 50 euro al mese per tutti i debiti fino a 50mila euro

Equitalia: rate da 50 euro al mese per tutti i debiti fino a 50mila euro
La novità annunciata dall’ad della società Ernesto Maria Ruffini

img1rewTutte le cartelle esattoriali entro i 50mila euro saranno rateizzate con pagamenti fino a 50 euro mensili e la proposta di rateizzazione sarà inserita direttamente nella comunicazione. Ad annunciarlo è l’amministratore delegato di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, in un’intervista al Messaggero. “È un sistema – già – in sperimentazione a Varese, Firenze e Lecce” ha detto l’ad e che presto sarà esteso perché “i contribuenti gradiscono, i fogli tornano indietro sottoscritti”. “Non fa mai piacere ricevere una cartella – ha dichiarato infatti Ruffini – ma vedere subito che si può pagare gradualmente spinge a togliersi il pensiero. Nella stessa logica, i contribuenti possono fare la domiciliazione bancaria. Sembra una sciocchezza, ma a volte si saltano le rate per dimenticanza”.

Quanto alle notifiche, a partire da giugno, ha sottolineato l’ad di Equitalia i soggetti obbligati ad avere la pec, le riceveranno solo tramite tale modalità, mentre per tutti gli altri, libera scelta.

Sui cambiamenti annunciati della società di riscossione, confermata la scomparsa delle tre società Equitalia Nord, Centro e Sud, a favore dell’unica Equitalia Servizi riscossione che opererà su tutto il territorio nazionale. Questo dal prossimo primo luglio. “In termini calcistici – ha spiegato Ruffini al quotidiano romano – dalla marcatura a uomo passiamo a quella a zona” al fine di disperdere meno energie, offrire un servizio migliore e risparmiare “300mila euro l’anno di spese”.

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Avvocati: assicurazione, obbligo “congelato”

Avvocati: assicurazione, obbligo “congelato”
Uno dei 6 requisiti per rimanere iscritti all’albo in vigore dal 22 aprile non è ancora operativo, in attesa del decreto ad hoc

Non c’è ancora nessun obbligo di assicurarsi per rimanere iscritti nell’albo degli avvocati. Nonostante, infatti, il regolamento del ministero della giustizia (n. 47/2016) che fissa le regole per l’accertamento dell’esercizio della professione “in modo effettivo, continuativo, abituale e prevalente” approdato in GU nei giorni scorsi preveda espressamente tra i 6 requisiti necessari, anche quello di aver stipulato una polizza assicurativa ex art. 12 della l. n. 247/2012, manca ancora il decreto ad hoc di via Arenula.

La legge professionale forense stabilisce, infatti, all’art. 12, comma 5, che il ministero dovrà determinare, con apposito decreto, le condizioni essenziali della polizza, nonché dei massimali minimi di polizza”.

Per cui, come già affermato in tal senso dal Cnf con parere n. 35/2015 tale obbligo, pur entrando formalmente in vigore il 22 aprile prossimo, è da intendersi differito, nell’attesa del provvedimento ministeriale.

Attesa che, peraltro, non dovrebbe durare a lungo, visto che il provvedimento risulta già messo a punto dal ministero e non appena varato seguirà un iter più rapido rispetto agli altri, non prevedendo tutti i pareri indicati dall’art. 1 della legge forense.

L’obbligo assicurativo, come sottolineato dallo stesso Cnf, si ricorda, prevede due diverse fattispecie: la prima relativa alla stipula di “una polizza assicurativa a copertura della responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione compresa quella per la custodia di documenti, somme di denaro, titoli e valori ricevuti in deposito dai clienti”; la seconda, riguardante l’obbligo di stipulare “una ulteriore polizza assicurativa a copertura degli infortuni derivanti a sé e ai propri collaboratori, dipendenti e praticanti in conseguenza dell’attività svolta nell’esercizio della professione anche fuori dei locali dello studio legale, anche in qualità di sostituto o di collaboratore esterno occasionale”.

Avvocati: addio alle specializzazioni

Avvocati: addio alle specializzazioni
Il Tar del Lazio boccia il regolamento e accoglie i ricorsi presentati dall’Oua, dall’Anf e dai Consigli dell’Ordine

img144Una vera disfatta per le specializzazioni forensi che ieri sono state bocciate dal Tar Lazio (con le sentenze nn. 4424/2016, 4426/2016, 4428/2016) in accoglimento parziale dei ricorsi presentati dall’Oua, dall’Anf e da alcuni Consigli dell’Ordine.

Questione centrale nelle decisioni del giudice amministrativo, sulla quale si erano concentrate da subito le polemiche, è la previsione delle 18 materie di specializzazione, nei confronti delle quali il Tar va giù con mano pesante sottolineando come “né dalla mera lettura dell’elenco, né dalla relazione illustrativa del Ministero – è dato cogliere – quale sia il principio logico che ha presieduto alla scelta”. Ed infatti, si osserva in sentenza “non risulta rispettato né un criterio codicistico, né un criterio di riferimento alle competenze dei vari organi giurisdizionali esistenti nell’ordinamento, né infine un criterio di coincidenza con i possibili insegnamenti universitari, più numerosi di quelli individuati dal decreto”. Un elenco incompleto peraltro già rilevato dal Consiglio di Stato che si era pronunciato in sede consultiva sullo schema di regolamento, con rilievi ai quali il ministero si è adeguato solo parzialmente, senza “un unitario filo logico di selezione”.
Da qui, “considerata la delicatezza della disciplina posta e la necessaria funzionalizzazione della normazione secondaria alla perseguita finalità di rendere il mercato delle prestazioni legali più leggibile per i consumatori”, deriva l’impossibilità di condividere la tesi della difesa, secondo la quale la censura impingerebbe in una valutazione di merito riservata all’amministrazione, poiché anche le valutazioni e le scelte rimesse all’attività regolamentare “non possono sottrarsi al rispetto dei principi di intrinseca ragionevolezza e di adeguatezza rispetto allo scopo perseguito”.

Oltre all’annullamento dell’art. 3, altro punto censurato dal consesso amministrativo è la necessità dello svolgimento di un colloquio davanti al Consiglio nazionale forense da parte di chi intende ottenere il titolo di specialista contando sulla precedente esperienza, ex art. 6 del regolamento.

L’assenza di specificazioni e di definizioni puntuali è tale, a detta del Tar, “da conferire al Consiglio nazionale forense una latissima discrezionalità operativa, che, oltre ad essere foriera di confusione interpretativa e distorsioni applicative (con ricadute anche in punto di concorrenza tra gli avvocati), si pone in assoluta contraddizione con la funzione stessa del regolamento in esame, che, ai sensi dell’art. 9 della legge, è quella di individuare un procedimento di conferimento definito in maniera precisa e dettagliata, a tutela dei consumatori utenti e degli stessi professionisti che intendano conseguire il titolo”.

Ad uscire indenni invece dalla mannaia amministrativa, gli altri punti contestati, come la previsione di un numero di materie oggetto di specializzazione, la necessità di un minimum di incarichi annui nella specifica materia e, più in generale, il potere regolatorio da parte del ministero e l’attribuzione di competenze al Cnf.

Rimane comunque la ferma censura di elementi importanti che obbliga ora il ministero a procedere con una riscrittura del regolamento, salvo l’ipotesi di eventuali ricorsi, scoraggiati però dal richiamo del Tar alle originarie osservazioni formulate nello stesso senso da parte del Consiglio di Stato.

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