Mantenimento figli maggiorenni: l’assegno si versa al genitore convivente

Mantenimento figli maggiorenni: l’assegno si versa al genitore convivente.                                                                                                                                                                                                    Per la Cassazione, in assenza di domanda del figlio maggiorenne e non autosufficiente, è corretto che il mantenimento venga versato al genitore con lui convivente che materialmente provvede a tale mantenimento.

Il genitore tenuto a versare l’assegno di mantenimento al figlio maggiorenne, ma non economicamente autosufficiente, che convive con l’altro genitore, non ha possibilità di scegliere la persona nei cui confronti adempiere.

Sia il figlio, titolare del diritto al mantenimento, sia il genitore con cui questi convive, che ha diritto a ricevere dall’altro genitore un contributo per le spese necessaria a tale mantenimento cui materialmente provvede, sono titolari di diritti autonomi ed entrambi sono legittimati a percepire l’assegno.

È dunque corretto che, in assenza di una espressa domanda del figlio maggiorenne, il padre sia tenuto a versare l’assegno di mantenimento alla madre con cui coabita il figlio stesso.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione, prima sezione civile, con l’ordinanza 18008/2018 respingendo il ricorso di un padre. In sede di divorzio dalla ex, a carico dell’uomo era stato posto l’obbligo di versare un contributo di tremila euro per il mantenimento dei tre figli della coppia, tutti maggiorenni.

Di tale somma veniva disposto il pagamento diretto di euro 1000,00 ciascuno in favore di due dei figli e l’uomo aveva lamentato, in sede d’appello, che il Tribunale avesse disposto il versamento diretto del contributo per il terzo figlio a favore della madre con lui convivente.

Secondo la Corte territoriale, infatti, la regola della corresponsione diretta della somma a titolo di contributo al mantenimento al figlio maggiorenne, ma non economicamente sufficiente (cfr. art. 337-septies c.c.) è suscettibile di deroga qualora il figlio coabiti con uno dei genitori, considerati gli oneri della convivenza gravanti su quest’ultimo.

Pertanto ha concluso il giudice a quo, sia il figlio non autosufficiente coabitante con il genitore, sia quest’ultimo sono entrambi legittimati a percepire la somma dovuta, salvo il figlio vi faccia specificamente domanda.

La stessa doglianza viene riproposta dall’ex marito in Cassazione: per la difesa, la Corte d’Appello avrebbe errato a disporre il versamento diretto alla madre del mantenimento dovuto al figlio maggiorenne sulla base della sola convivenza, senza che sussistessero gravi e motivate ragioni per escludere il versamento diretto al figlio, da intendere quale unico legittimato a percepire tale somma.

Tuttavia, gli Ermellini ritengono di aderire al consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui il genitore separato o divorziato tenuto al mantenimento del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente e convivente con l’altro genitore, non può pretendere, in mancanza di una specifica domanda del figlio, di assolvere la propria prestazione nei confronti di quest’ultimo anziché del genitore istante.

Anche a seguito dell’introduzione dell’art. 155-quinquies c.c. a opera della legge n. 54/2006, prosegue l’ordinanza, sia il figlio, in quanto titolare del diritto al mantenimento, sia il genitore con lui convivente, in quanto titolare del diritto a ricevere il contributo dell’altro genitore alle spese necessarie per tale mantenimento cui materialmente provvede, sono titolari di diritti autonomi, ancorché concorrenti, sicché sono entrambi legittimati a percepire l’assegno dall’obbligato (cfr. Cass., n. 25300/13; ord. n. 24316/13).

Ne deriva, conclude la Cassazione, che il genitore obbligato non ha alcuna autonomia nella scelta del soggetto nei cui confronti adempiere. La Corte, pertanto, rigetta il ricorso.

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Risarcito l’avvocato accusato ingiustamente d’infedeltà

Risarcito l’avvocato accusato ingiustamente d’infedeltà.

Per la Cassazione il danno non patrimoniale è dovuto per il turbamento della vita personale e professionale provocato dalla diffusione della falsa notizia nel piccolo paese.

Il paese è piccolo, la gente mormora. Un assunto che può può risultare corretto al punto da giustificare il risarcimento del danno non patrimoniale all’avvocato accusato ingiustamente da un abitante del paese di aver avuto una relazione coniugale con sua moglie.

Chi ha diffuso la notizia, infatti, ha cercato di avvalorarla facendo ascoltare a tutti, compreso il parroco della città, un falso file audio con voci maschili e femminili che suggeriva riferibili a quella dell’avvocato e della moglie. La diffusione della notizia, il “cicaleccio” tra i compaesani e il clamore suscitato, hanno provocato nel professionista un turbamento alla sua vita personale e professionale tale da giustificare il risarcimento.

A tale conclusione è giunta la Corte di Cassazione, sesta sezione civile, nell’ordinanza n. 17580/2018 pronunciandosi sul ricorso di un uomo condannato, dai giudici di merito, a risarcire un avvocato per aver diffuso la falsa notizia che il professionista intrattenesse una relazione extraconiugale con sua moglie.

Il legale, già coniugato, aveva chiesto e ottenuto risarcimento danni evidenziando come la notizia avesse avuto ampia eco nella piccola comunità locale e avesse leso il suo onore e la sua reputazione oltre che turbato la sua vita familiare e professionale.

In particolare, come rilevato dalla Corte d’appello, l’uomo aveva inciso su un nastro una voce maschile e una femminile e aveva fatto ascoltare la registrazione a varie persone, tra cui il parroco del paese, dando volutamente a intendere che le voci ivi registrate fossero quelle dell’avvocato e della presunta amante, ovvero sua moglie.

La notizia di tale presunta relazione ebbe grande scalpore sia nel luogo di residenza dei protagonisti, sia nei paesi limitrofi, venne ripresa dalla stampa locale, e continuò per molto tempo a suscitare i più diversi commenti provocando serio turbamento alla vita professionale e familiare dell’avvocato, coniugato con prole.

In Cassazione, l’uomo contesta il risarcimento per cui è stato condannato evidenziando che il danno sia stato erroneamente ritenuto in re ipsa, mentre sarebbe stato necessario dimostrate il concreto pregiudizio derivato all’avvocato e, in ogni caso, stimare il danno tenendo conto delle condizioni economiche del debitore.

In realtà, rilevano gli Ermellini, il giudice a quo ha ampiamente e correttamente illustrato le ragioni per le quali ha ritenuto sussistente un danno non patrimoniale risarcibile.

La Corte territoriale, infatti, ha dato conto analiticamente degli elementi di fatto dai quali ha desunto l’esistenza d’un turbamento dell’animo dell’attore, e quindi d’un danno non patrimoniale: ovvero la diffusione avuta dalla notizia, il clamore che suscitò, i cicalecci prolungati tra i compaesani, le voci sulla probabilità d’un imminente divorzio dalla propria consorte.

La sentenza, dunque, non ha affatto liquidato il danno non patrimoniale sulla base della sola dimostrazione della lesione del diritto, ma ha al contrario accertato in concreto l’esistenza d’un pregiudizio non patrimoniale facendo ricorso, correttamente, a indici esterni e a presunzioni semplici ex art. 2727 del codice civile.

Nonostante la Corte d’appello abbia affermato che la gravità della notizia diffusa “potrebbe considerarsi un
danno in re ipsa” questa, ha fatto uso del condizionale con valore concessivo e ha comunque elenca analiticamente i fatti noti dai quali è risalita al fatto ignorato dell’esistenza del danno.

In sostanza, i giudici a quo non hanno affatto liquidato un danno presunto, ma un danno accertato in concreto. In definitiva, secondo la Cassazione, è come se la Corte avesse stabilito: “avrei anche potuto ritenere il danno in re ipsa, ma non l’ho fatto perché comunque esso era evidente e tangibile”. Il ricorso va dunque rigettato.

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Telefonia: legittimo il recesso se non c’è la “portabilità”

Telefonia: legittimo il recesso se non c’è la “portabilità”.

La Cassazione ricorda che nelle controversie con i gestori di telefonia mobile e fissa, la qualificazione dei contraenti, “consumatore” e “professionista”, è valutazione necessaria ai fini della decisione, ed è esercitabile anche d’ufficio.

Intervento della Cassazione sui contratti di telefonia conclusi dai consumatori. La S.C. ricorda che al al fine di valutare l’esistenza di clausole abusive che possono modificare il rapporto di interdipendenza tra prestazione e controprestazione, cd. sinallagma contrattuale, nei contratti intercorsi tra le parti in causa, è necessario valutare la qualità dei contraenti, apprezzamento riservato al giudice di merito, che può provvedervi anche d’ufficio.

Tanto ai fini dell’applicazione della particolare disciplina prevista dagli artt. 1469 bis e seguenti del codice civile, posta a tutela del “consumatore” contraente debole.

A tal proposito, va rammentato, infatti, che per “consumatore” s’intende la persona fisica che, a prescindere dall’attività imprenditoriale o professionale svolta, stipuli un contratto per soddisfare proprie esigenze di vita quotidiana comunque estranee all’attività esercitata.

Il “professionista”, invece, contraente “forte”, può essere sia la persona fisica che quella giuridica, pubblica o privata, che, al contrario, stipula tale contratto nell’esercizio della sua attività imprenditoriale o professionale, in altri termini, conclude il contratto per scopi connessi all’esercizio di tale attività imprenditoriale o professionale.

Questi i principi di diritto affermati dalla Corte di Cassazione, III Sezione civile, nella sentenza n. 17586, pubblicata in data 5 luglio 2018.

Un utente della telefonia mobile evocò in giudizio il gestore telefonico al fine di sentire dichiarato risolto il contratto di telefonia per grave inadempimento dello stesso, con condanna al risarcimento dei danni subiti.

A sostegno delle proprie pretese evidenziava di aver sottoscritto una proposta di abbonamento per telefono mobile, con richiesta di portabilità della numerazione dal precedente gestore (Mobile Number Portability – MNP), ma che, tuttavia, detto servizio non era mai stato attivato dal nuovo gestore, con tutte le conseguenze del caso.

Il Giudice di pace di Roma accoglieva la domanda dell’attore, rigettando vieppiù quella riconvenzionale spiegata dall’operatore telefonico, tuttavia, sul gravame da questi interposto, il Tribunale di Roma, in riforma della sentenza impugnata, rigettava la domanda dell’utente, con condanna dello stesso al pagamento delle fatture insolute.

L’utente della telefonia propone allora ricorso per cassazione affidato a otto motivi, tra cui, la violazione e falsa applicazione degli artt. 33, 1° e 2°comma, lett. B, 34 1° comma e 5, 20,21,22 del Codice del Consumo, oltre che dell’art. 3 della Direttiva CEE 13/1993, lamentando che il Tribunale avrebbe omesso di valutare la sua qualifica di consumatore, ritenuta invece dal primo giudice.

Resiste con controricorso la compagnia telefonica che chiede il rigetto del ricorso.

La Suprema Corte premette come la controversia ha avuto inizio in epoca anteriore all’entrata in vigore del D.Lvo 206/2005, pur se all’epoca dei fatti i contratti stipulati dai consumatori godevano della tutela apprestata dall’art. 25 della L. 52/1996, attuativa della Direttiva 93/13/CEE, che ha introdotto gli artt. 1469 bis, ter, quater, quinquies e sexies Cc, poi sostituiti dal menzionato Decreto Legislativo n. 206/2005, il cui contenuto, tuttavia, è sostanzialmente sovrapponibile.

Rileva quindi la Corte che il Tribunale, effettivamente, nel riformare la sentenza di primo grado, che aveva qualificato l’attore come “consumatore”, ha omesso di formulare qualsivoglia valutazione in relazione alla qualità del contraente, pur in presenza di una determinata contestazione.

Afferma, conseguentemente, che al <<riguardo, precisato che la qualificazione dei contraenti appare decisiva al fine di individuare la regola del caso concreto, si osserva che questa Corte ha avuto modo di chiarire che “ai fini dell’applicazione della disciplina di cui agli artt. 1469 bis e segg. cod. civ., deve essere considerato “consumatore” la persona fisica che, anche se svolge attività imprenditoriale o professionale, conclude un qualche contratto per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all’esercizio di tale attività, mentre deve essere considerato “professionista” tanto la persona fisica, quanto quella giuridica, sia pubblica che privata, che, invece, utilizza il contratto “nel quadro” della sua attività imprenditoriale o professionale. Perchè ricorra la figura del “professionista” non è necessario che il contratto sia posto in essere nell’esercizio dell’attività propria dell’impresa o della professione, essendo sufficiente – come si evince dalla parola “quadro” – che esso venga posto in essere per uno scopo connesso all’esercizio dell’attività imprenditoriale o professionale.” (cfr. ex multis Cass. 11933/2006; Cass. 4208/2007; Cass. 13083/2007; Cass. 21763/2013). Ed è stato altresì statuito che tale valutazione compete al giudice di merito essendo la premessa necessaria della decisione (cfr. Cass. 25212/2011); che, inoltre, trattasi di questione rilevabile d’ufficio (v. al riguardo anche Corte di Giustizia C-243/08 del 4.6.2009, Budaórsi Vàrosi Bírósàg — Ungheria / Pannon GSM Zrt/Erzsébet Sustikné Gy6rfi).>>.

Ed invero, continua la Suprema Corte, <<poiché la censura espressa nel primo motivo costituisce la necessaria premessa per il corretto inquadramento di tutti gli altri rilievi – con particolare riferimento all’applicabilità, alla clausola MPN in esame, dell’art. 1469 bis nn 4 , 15 e 20 c.c.; al valore di essa (accessorio o essenziale) nell’economia dell’intero contratto ; alla responsabilità del gestore recipient in relazione alle omissioni del donating (anche sotto il profilo degli obblighi di cui all’art. 1381 c.c: cfr. al riguardo Cass. 16225/2003; Cass. 24853/2014) – all’accoglimento di esso segue l’assorbimento di tutti gli altri.>>, pertanto, la sentenza impugnata appare meritevole di cassazione con rinvio al Tribunale di Roma, in persona di diverso Giudice, il quale si atterrà al principio di diritto di seguito affermato.

Conclude la Corte di Cassazione formulando la seguente massima: <<Nell’ambito dei contratti di telefonia mobile, al fine di valutare le pattuizioni contenute nelle condizioni generali di contratto e nelle opzioni prescelte dall’utente, il giudice deve preliminarmente, anche d’ufficio, individuare la qualità dei contraenti al fine di valutare correttamente, alla luce del principio sinallagmatico, l’eventuale squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dalle clausole stipulate e la loro vessatorietà con tutte le conseguenze da ciò derivanti.>>

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Divorzio: ecco la decisione delle Sezioni Unite sull’assegno

Divorzio: ecco la decisione delle Sezioni Unite sull’assegno.

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno risolto il contrasto di giurisprudenza atteso sull’assegno di divorzio dopo la nota sentenza Grilli.

Assegno di divorzio ha funzione assistenziale, compensativa e perequativa. Questo è quanto affermato dalle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione che con la sentenza n. 18287/2018 appena depositata hanno risolto l’atteso contrasto giurisprudenziale dopo la nota sentenza Grilli (la n. 11504) che ha mandato in soffitta il criterio del tenore di vita.

Nell’attesa della sentenza integrale, che sarà depositata a breve, gli Ermellini hanno diffuso il comunicato stampa, dove si precisa che ai fini del riconoscimento dell’assegno, “si deve adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età dell’avente diritto”.

Il parametro così indicato si fonda sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l’unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo.

La sentenza sottolinea infine “che il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell’unione matrimoniale”.

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Tassa rifiuti: IVA sulle bollette legittime

Tassa rifiuti: IVA sulle bollette legittime.

Per la Cassazione essendo la TIA2 un corrispettivo, sarà dovuta l’Imposta sul Valore Aggiunto.

A differenza delle imposte precedenti, la Tariffa Integrata Ambientale di cui all’art. 238 del d.lgs. 152/2006 (c.d TIA2) deve ritenersi avere natura privatistica, ovvero di corrispettivo e non di tributo. Pertanto, questa sarà assoggettabile a IVA.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, terza sezione civile, nell’ordinanza n. 16332/2018 mettendo un punto a una vicenda che aveva visto un contribuente contro un’azienda di rifiuti di Venezia. La pronuncia, tuttavia, è destinata ad avere rilevanti conseguenze non solo nei confronti degli oltre trecento Comuni in cui la TIA2 è stata applicata, ma anche su scala nazionale.

La prima versione, la c.d. TIA1, introdotta nel 1997, era stata espressamente ritenuta dalla Corte Costituzionale (sent. n. 238/2009) un tributo e non una tariffa, ciò comportando, dunque, che l’IVA fosse illegittima non potendosi applicare un’imposta su una tassa.

Diverso, secondo i giudici di legittimità, il discorso riferibile alla TIA2 applicata dal 2006, che rappresenterebbe una tariffa vera e propria, nonostante chiunque produca rifiuti nei Comuni dov’è applicata debba obbligatoriamente pagarla per legge.

È la legge, infatti, a qualificare espressamente come corrispettivo la “Tariffa Integrata Ambientale” (c.d. TIA2): questa, in particolare, è dovuta da “chiunque possegga o detenga a qualsiasi titolo locali, o aree scoperte ad uso privato o pubblico non costituenti accessorio o pertinenza dei locali medesimi, a qualsiasi uso adibiti, esistenti nelle zone del territorio comunale, che producano rifiuti urbani”.

Essa costituisce “il corrispettivo per lo svolgimento del servizio di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti solidi urbani”(art. 238, comma 1, d.lgs. 152/2006); la stessa, inoltre, viene “commisurata alle quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie, in relazione agli usi e alla tipologia di attività svolte, sulla base di parametri (…) che tengano anche conto di indici reddituali articolati per fasce di utenza e territoriali”.

La natura “privatistica” della TIA2, e dunque la sua portata innovativa e ontologicamente diversa rispetto alla precedente TIA1, già desumibile dal tenore della norma istitutiva, è stata poi definitivamente confermata dall’art. 14, comma 33, del d.l. 78/2010, convertito in legge 30 luglio 2010, n. 122, il quale ha previsto che “le disposizioni di cui al d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 238, si interpretano nel senso che la natura della tariffa ivi prevista non è tributaria. Le controversie relative alla predetta tan a, sorte successivamente alla data di entrata in vigore de/presente decreto, rientrano nella giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria”.

I giudici concludono, dunque, affermando il principio di diritto secondo cui: “La tariffa di cui all’art. 238 del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (“Tariffa per la gestione dei rifiuti urbani”, poi denominata “Tariffa Integrata Ambientale” – c. d. T142 -) come interpretata dall’art. 14, comma 33, del d.l. n. 78 del 2010, conv. dalla L n. 122 del 2010, ha natura privatistica, ed è pertanto soggetta ad IVA ai sensi degli artt. 1, 3, 4, co. II e III del d.p.r. 63311972″.

Ne deriva che, ove tale Tariffa sia stata in concreto adottata dal Comune, esercitando la facoltà concessagli, a decorrere dal 30/6/2010, dall’art. 5, comma 2-quater, del d.l. n. 208/2008, sarà legittima l’imposizione e riscossione dell’IVA sulle relative fatture.

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Caduta del pedone sul lucernario del marciapiede: paga il condominio

Caduta del pedone sul lucernario del marciapiede: paga il condominio.

Per la Cassazione, il condominio è tenuto al risarcimento dei danni subiti dal passante che inciampa nella piastrella mancante che copre il lucernario condominiale.

Quando un bene svolge la funzione di piano di calpestio per i passanti e la funzione di copertura per una proprietà sottostante, il ruolo di custode spetta anche a chi si giova della copertura.
Per tale ragione, è il condominio ad essere tenuto al risarcimento dei danni subiti dalla passante che abbia inciampato nella piastrella mancante di vetrocemento che copre il sottostante lucernario condominiale.

Lo ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione, Sezione III Civile, con ordinanza del 19 aprile 2018 n. 9625.

Il giudizio traeva origine dalla domanda proposta da una signora contro il comune di Cosenza per ottenere il risarcimento dei danni sofferti, allorché, mentre camminava sul marciapiede antistante lo stabile condominiale, era caduta a causa della mancanza di una piastrella di vetrocemento che copriva il sottostante lucernario condominiale.
Il comune si difendeva sostenendo di non essere legittimato passivo alla pretesa risarcitoria, in quanto la manutenzione del marciapiede sarebbe stata di competenza del condominio, proprietario del sottostante lucernario.
In ragione di detta eccezione, il tribunale riteneva la causa comune al condominio e ne ordinava la chiamata in causa. Costituitosi in giudizio, il condominio contestava la propria responsabilità adducendo che alla manutenzione avrebbe dovuto provvedere il comune essendo la piastrella parte integrante del marciapiede soggetto al pubblico transito.
Il tribunale, all’esito dell’istruttoria, rigettava le domande nei confronti di entrambi i convenuti ritenendo non agevole individuare se la custodia del marciapiede fosse comunale o condominiale.
Investita della questione, la Corte d’Appello, in riforma della sentenza di primo grado, riconosceva la responsabilità solidale sia del condominio sia del comune.
Secondo gli Ermellini, invece, in virtù del principio di diritto sopraindicato, è sul condominio che incombe il dovere di custodire quel tratto di strada, in virtù della funzione di copertura svolta dal lucernario.

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Etilometro inutilizzabile se i controlli periodici sono fatti in ritardo

Etilometro inutilizzabile se i controlli periodici sono fatti in ritardo.

Per il Tribunale di Belluno il ritardo della visita periodica comporta l’inutilizzabilità dello strumento e la necessità di sottoporlo a una nuova verifica primitiva.

Sempre più spesso la giurisprudenza di merito ci dimostra che l’accertamento della guida in stato di ebbrezza tramite etilometro non sempre è eseguito come dovrebbe e con apparecchi adeguati. Tra le ultime pronunce in proposito, particolarmente interessante è la sentenza numero 288/2018 qui sotto allegata, emanata dal Tribunale di Belluno nella persona della Dottoressa Cristina Cittolin.

In tale sentenza infatti, facendo proprie le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio disposta nel corso del giudizio, il Tribunale ha innanzitutto ricordato a quali controlli devono sottostare gli etilometri utilizzati dagli agenti accertatori.

Tali apparecchi, nel dettaglio, prima di essere messi in servizio devono essere sottoposti alla visita primitiva. Successivamente, gli etilometri devono essere assoggettati a delle visite periodiche, da eseguire con cadenza annuale o dopo ogni intervento di manutenzione e riparazione.

Le date e gli esiti di tutte tali visite vanno indicati nel libretto metrologico, in maniera tale da permettere in maniera celere la verifica della loro esecuzione, della loro regolarità e della loro tempestività.

In ragione dell’esigenza di garantire l’efficienza, l’affidabilità e la precisione degli etilometri, la conseguenza del ritardo nell’esecuzione della verifica periodica, a detta del giudice di Belluno, è quella della sua irregolarità. Inoltre, in caso di verifica periodica tardiva (così come, a maggior ragione, in caso di difetto di visita periodica) l’apparecchio di misurazione del tasso alcolemico deve essere o ritirato dall’uso o sottoposto a nuova verifica primitiva, di collaudo e di messa in funzione, che è caratterizzata da un numero maggiore di prove rispetto a quello in cui si articola la visita periodica ordinaria.

Nel caso di specie, l’etilometro con il quale era stato accertato lo stato di ebbrezza dell’imputato non era stato sottoposto a verifica né nel 2003 né nel 2013 e tutte le altre visite erano avvenute con significativo ritardo.

Per tale ragione, quindi, per il giudice tale apparecchio deve essere considerato inaffidabile e i tassi alcolemici con lo stesso accertati non possono essere utilizzati. L’imputato, pertanto, non può che essere assolto perché il fatto non sussiste.

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Risarcimento danni da violazione del diritto all’istruzione del disabile

Risarcimento danni da violazione del diritto all’istruzione del disabile.

Criteri guida per chiedere e ottenere il ristoro per il disagio che i genitori subiscono a causa di omissioni della scuola nell’avviamento del sostegno per il minore con handicap.

Il diritto all’istruzione del disabile (in particolare del disabile grave) sancito dagli artt. 2, 3, 38 comma 3 Cost., costituisce un diritto fondamentale rispetto al quale il legislatore e l’amministrazione che è chiamata ad attuare le leggi non possono mai esimersi dall’apprestare quel nucleo di garanzie dovute, fino anche a giungere alla determinazione di un numero di ore di sostegno pari a quello delle ore di frequenza scolastica, nel caso di accertata situazione di gravità del disabile.

La condotta dell’Istituto scolastico consistente nel riconoscimento di un monte-ì ore settimanali di sostegno inferiore ad una data proporzione preventivamente stabilita, appare in netta violazione della Legge Quadro n. 104/92 per l’assistenza, integrazione sociale e i diritti delle persone disabili, oltre che del d. lgs. n. 297/94 recante disposizioni in materia di istruzione, che sanciscono il diritto del disabile all’integrazione scolastica e allo sviluppo delle sue potenzialità nell’apprendimento, nella comunicazione e nelle relazioni, per consentirgli il raggiungimento della massima autonomia possibile.

I principi sopra richiamati impongono di dare una lettura sistematica a tutte le norme e disposizioni sulla tutela degli alunni disabili, nonchè a quello sull’organizzazione scolastica e sulle disponibilità degli insegnanti di sostegno, nel senso che le posizioni degli alunni disabili devono senza dubbio prevalere sulle esigenze di natura finanziaria dell’istituzione.

Come dimostrare il bisogno di assistenza continua dell’alunno? Attraverso:
1) la certificazione della Commissione medica presso la Asl, attestante la presenza di un handicap grave ai sensi della Legge n. 104/92, oltre a
2) certificazione medica che evidenza la gravità della patologia sofferta dal minore e le conseguenti necessità di sostegno, nonché
3) Piano Educativo Individualizzato, che conferma il bisogno di assistenza continua del minore durante le attività scolastiche.
Sulla base di questi elementi, va riconosciuto in favore del minore il diritto all’insegnante di sostegno per l’intero arco della giornata scolastica, con tutti i conseguenti obblighi dell’amministrazione.

Nel caso in cui l’Istituto scolastico assegni al minore un numero limitato di ore di sostegno, procedere in questo modo:
a) contestare il provvedimento amministrativo citato;
b) presentare un ricorso al Tar, nel quale si impugna il predetto provvedimento;
c) chiedere il risarcimento dei danni.

A questo punto il giudice amministrativo farà una serie di ragionamenti per arrivare a liquidare il danno, sequenze che possono essere schematizzate con questi rapidi passaggi:

d) la premessa resta sempre quella che il diritto all’istruzione del minore portatore di handicap ha rango di diritto fondamentale;
e) la mancata attivazione dell’intervento dell’insegnante di sostegno nel rapporto predeterminato 1:1, sin dall’inizio dell’anno scolastico, amplifica le difficoltà di inserimento e di partecipazione alla vita scolastica e di relazione del minore;
f) il danno va liquidato in via equitativa, con il riconoscimento di un importo per ogni mese di mancata assistenza da parte dell’amministrazione, nel corso dell’anno scolastico e fino all’avvenuta integrazione delle ore di sostegno nel rapporto 1:1 voluto dalla norma.

La preparazione di questi ricorsi presuppone che la materia dei diritti all’istruzione del minore portatore di handicap sia familiare per il difensore: ciò consente all’avvocato (e per conseguenza ai genitori del minore) di cogliere e sottolineare quelle sfumature tecnico-giuridiche che, opportunamente mostrate al magistrato, possono condurre all’accoglimento della domanda di risarcimento.

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Da risarcire l’avvocato per l’erroneo inserimento negli elenchi telefonici

Da risarcire l’avvocato per l’erroneo inserimento negli elenchi telefonici.

Il mancato o inesatto inserimento nell’elenco telefonico pregiudica la possibilità di essere contattati da nuova clientela, danno da perdita di chance suscettibile di valutazione equitativa.

Il danno da perdita di chance non presuppone necessariamente la perdita di un vantaggio economico, bensì la mancanza definitiva della possibilità di poterlo conseguire, da valutarsi al momento del comportamento illecito, sia pure in termini potenziali.

In altri termini, il danno da perdita di chance è rappresentato dall’incertezza in relazione a cosa sarebbe accaduto se il comportamento illecito non si fosse concretizzato, pertanto, esso non attiene alla circostanza se il vantaggio economico perseguito sarebbe stato raggiunto, o meno, ma alla definitiva opportunità di conseguirlo.

Tale danno da perdita di chance è suscettibile di valutazione equitativa, pur in assenza di documentazione probatoria fiscale dalla quale desumere la contrazione reddituale che, se presente, sicuramente può incedere sulla materiale quantificazione dello stesso ma, nondimeno, non può escluderne la sussistenza.

Questi i principi di diritto espressi nell’ordinanza n. 14916, pubblicata in data 8 giugno 2018 dalla III Sezione civile della Corte di Cassazione, relatore dott. E. Iannello.
La vicenda giudiziaria di merito

Un avvocato evocava in giudizio la compagnia telefonica e la società editrice gli elenchi telefonici, al fine di sentirle condannare, in solido tra loro, al risarcimento dei danni, patrimoniali e di immagine, conseguenti al mancato ovvero inesatto inserimento dei propri dati negli elenchi telefonici cartacei e on-line.

Instauratosi correttamente il contraddittorio, nella resistenza delle società convenute, il Tribunale di Milano rigettava la domanda non rinvenendo alcuna responsabilità in capo alle stesse e, comunque, il difetto di prova in relazione al preteso danno.

La sentenza veniva confermata in sede di gravame dalla Corte d’Appello di Milano, la quale ribadiva la mancanza di prova in merito alla pretesa responsabilità delle convenute e la mancanza di prova del danno da perdita di chance, anche in virtù del fatto che, chiosava la Corte meneghina, <<è impensabile che la scelta del legale avvenga tramite la mera consultazione dei suddetti elenchi, trattandosi di incarichi nei quali la scelta della persona del professionista poggia fondamentalmente sulla fiducia nelle sue qualità professionali, qualità che non si ricavano da un mero elenco alfabetico>>. Peraltro, conclude la stessa, <<una volta che si sia in possesso del nominativo del legale, è possibile conoscere i dati che permettono di contattarlo attraverso una richiesta all’ordine degli avvocati, ovvero una consultazione dell’elenco tenuto dall’ordine stesso>>.

Propone ricorso per cassazione l’avvocato, con impugnazione affidata a quattro motivi, tra i quali, tralasciando quelli procedurali, la violazione delle norme di ermeneutica contrattuale ex art. 1362 Cc, nonché l’erroneità della sentenza gravata in relazione alla consistenza del danno da perdita di chance e i relativi oneri probatori.
L’ordinanza della Corte di Cassazione

Da premettere che la Suprema Corte accoglie tutti e quattro i motivi di ricorso e, con particolare riguardo alla definizione ed alle caratteristiche del danno da perdita di chance, oltre che sui profili probatori dello stesso, evidenzia quanto appresso.

<<Secondo costante insegnamento di questa Corte, il danno patrimoniale da perdita di chance consiste non nella perdita di un vantaggio economico, ma nella perdita definitiva della possibilità di conseguirlo, secondo una valutazione ex ante da ricondursi, diacronicamente, al momento in cui il comportamento illecito ha inciso su tale possibilità in termini di conseguenza dannosa potenziale (Cass. 17/04/2008, n. 10111).>>.

A specificazione del principio osserva come il <<presupposto ed essenza stessa di tal genere di danno è dunque l’incertezza, ossia l’impossibilità di affermare con certezza che, se lo stesso non si fosse prodotto, il vantaggio economico avuto di mira si sarebbe oppure no conseguito, essendo il danno per l’appunto rappresentato dalla definitiva perdita della possibilità di conseguirlo (la cui affermazione dovrà comunque rispondere ai parametri della apprezzabilità, serietà, consistenza).>>.

Ecco che allora, sostiene il Supremo collegio, errata in diritto si appalesa l’affermazione della Corte d’Appello relativa alla mancanza di elementi istruttori concreti in relazione alla circostanza dalla quale desumere se, in mancanza del comportamento illecito dei convenuti – consistito nella omessa o errata indicazione dei dati dell’avvocato negli elenchi telefonici -, i potenziali clienti si sarebbero rivolti proprio a quel professionista, in considerazione del fatto che proprio tale incertezza, in un senso o nell’altro, definisce la il danno da perdita di chance.

A tal proposito, ricorda il Giudice di legittimità, in <<fattispecie analoghe, questa Corte ha già più volte affermato che «quello che rileva in caso di mancato o inesatto inserimento nell’elenco telefonico non è tanto la possibilità di continuare ad essere contattati da clienti già acquisiti, quanto il fatto di non poter essere contattati da nuova clientela, rispetto alla quale nessuna prova della “perdita” può essere pretesa, se non in termini di “possibilità” e perdita di chance, suscettibile anch’essa di valutazione equitativa» (Cass. 04/08/2017, n. 19497), non mancandosi di osservare che tale diritto ha, «in tutta evidenza, maggiore pregnanza allorquando l’utenza telefonica afferisca ad un’attività professionale o commerciale» (Cass. 03/08/2017, n. 19342).>>.

Tale danno, conclude la Suprema Corte richiamando il medesimo precedente (Cass. 19497/2017), non può essere smentito dalla mera mancanza di documenti fiscali idonei a dimostrare il decremento reddituale del ricorrente, la cui assenza può incidere sulla quantificazione dello stesso, ma non certo negarlo e che possa, comunque, essere liquidato in via equitativa.

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Divorzio: il coniuge in disaccordo può opporsi?

Divorzio: il coniuge in disaccordo può opporsi?

Se uno dei coniugi subisce la decisione dell’altro può opporsi al divorzio? Si, se durante o dopo la separazione si sono riconciliati in modo serio e durevole.

Se il matrimonio finisce per volere di uno solo dei coniugi, chi subisce questa decisione può opporsi? Si, a condizione che durante o dopo la separazione vi sia stata una riconciliazione seria e duratura in grado d’interrompere i termini richiesti per procedere con il divorzio. Se poi, nonostante la buona volontà, la riconciliazione fallisce, si deve ricominciare tutto daccapo.

Dopo la separazione, non è detto che i coniugi decidano di comune accordo di divorziare. Questo perché, mentre la separazione si limita a sospendere gli effetti del matrimonio, il divorzio lo scioglie definitamente. E’ quindi possibile che, proprio alla fine di un periodo più o meno lungo di separazione, uno dei due coniugi abbia dei ripensamenti e desideri rimettere in piedi il matrimonio.

La legge stabilisce che, per procedere con il divorzio, dopo:

– la separazione consensuale, devono decorrere sei mesi dalla convalida dell’accordo dei coniugi;
– la separazione giudiziale, è invece necessario il decorso di un anno dall’udienza in cui il Presidente ha emesso i provvedimenti provvisori in attesa della sentenza definitiva.

Per procedere al divorzio è necessario inoltre che durante i termini suddetti i coniugi non si siano riconciliati, poiché questo evento ne interrompe il decorso, consentendo al coniuge in disaccordo di opporsi alla fine del matrimonio. L’opposizione, se non ha il potere d’impedire all’altro d’intraprendere la causa di divorzio, può essere fatta valere durante il procedimento, fornendo la prova di tutti gli elementi oggettivi, diretti ed esteriori dai quali si desume la “comune” intenzione di ripristinare la comunione di vita.

La riconciliazione che si verifica durante la causa di separazione è espressa, se risulta dal verbale di conciliazione, tacita se si desume dai comportamenti delle parti, che ad esempio abbandonano il procedimento.
I coniugi possono decidere di riconciliarsi anche dopo l’omologa dell’accordo o successivamente alla sentenza di separazione. Anche in questo caso la riconciliazione è tacita se i coniugi tengono un comportamento assolutamente incompatibile con lo status di separati (ripristino della convivenza e dei rapporti affettivi), espressa se dichiarano in un atto scritto di voler tornare a vivere insieme, nel rispetto dei doveri che questa scelta comporta.

Non è sufficiente infatti riprendere la convivenza temporaneamente o avere saltuari rapporti sessuali, affinché la riconciliazione sia rilevante giuridicamente, ma è necessario ripristinare un’unione seria e duratura.

Può capitare che nonostante gli sforzi dei coniugi la relazione, dopo un serio e responsabile periodo di riconciliazione naufraghi di nuovo. In questo caso non è possibile recuperare nulla di quanto fatto in precedenza. I coniugi devono infatti ricominciare tutto daccapo, avviando eventualmente una nuova procedura separazione, in cui il giudice non è vincolato a confermare le condizioni personali ed economiche di quella precedente, sia essa giudiziale o consensuale.

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