Rumori: il condomino ha diritto di sapere quanto è rumoroso il climatizzatore del vicino

Rumori: il condomino ha diritto di sapere quanto è rumoroso il climatizzatore del vicino
Per il Tar del Lazio si tratta di un’informazione ambientale garantita dal d.lgs. n. 195/2005

come-richiedere-le-detrazioni-fiscali-per-lavori-in-condominio_9078ce84eebffd916ae1f8b0ce088037Se nel condominio c’è un impianto di condizionamento dell’aria rumoroso, il singolo condomino ha diritto a sapere a quanto ammontano le immissioni sonore che questo produce. Nel fare ciò, deve rivolgersi all’Agenzia regionale che tutela l’ecosistema.
Per il Tar del Lazio, secondo quanto esposto con la sentenza numero 4018/2016 depositata il 4 aprile scorso, quella sopra individuata è un’informazione ambientale che, come tale, trova garanzia nel decreto legislativo numero 195/2005 con il quale l’Italia ha recepito la direttiva dell’Unione Europea in materia.

Non si rimane, insomma, all’interno dei più stretti confini della normativa sulla trasparenza contenuta nella legge numero 241 del 1990: il diritto di scoprire quanti decibel produce l’impianto va tutelato pienamente.

Non importa che il climatizzatore abbia carattere privato e sia al servizio solo di alcuni negozi: l’autorità pubblica deve rendere nota l’informazione ambientale a chiunque ne faccia richiesta, indipendentemente dalla dimostrazione di un interesse.

Se poi si considera che nel caso di specie il richiedente, vivendo nello stabile nel quale si trovava l’impianto, aveva addirittura un evidente interesse qualificato, nulla gli potrebbe impedire di scoprire i decibel. Peraltro le rilevazioni Arpa erano state compiute proprio nel suo appartamento.

Insomma: la richiesta di avere maggiori informazioni sui rumori presenti in condominio è tutt’altro che irragionevole e il condomino ha diritto di ottenere risposta.

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Stop al canone Rai in bolletta

Stop al canone Rai in bolletta
Il Consiglio di Stato boccia il decreto attuativo

canone raiColpo di scena per la telenovela senza fine del canone Rai. A pochi giorni dalla prima scadenza del 30 aprile per l’invio dell’autocertificazione per non pagare l’imposta, il Consiglio di Stato ha bocciato il decreto attuativo della misura inserita nella legge di stabilità. Per il giudice amministrativo il decreto del ministero dello sviluppo è in sostanza da riscrivere, a partire dal fatto che non dà una definizione “di cosa debba intendersi per apparecchio televisivo” sino alla mancanza di qualsiasi riferimento “allo scambio dati tra vari enti coinvolti necessario per l’addebito in bolletta”. Per non parlare della poca chiarezza del testo.

Così, il Consiglio rispedisce il decreto al mittente chiedendo di porre rimedio alle diverse criticità riscrivendolo. Ma non solo. Per palazzo Spada la nuova modalità di riscossione del canone tv pone anche un problema di privacy, considerata la notevole mole di dati che saranno scambiati tra gli enti coinvolti (Aeeg, ministeri, comuni, anagrafe tributaria , società private), senza che il decreto preveda alcunché sulla garanzia del rispetto della normativa sulla riservatezza.

E se il governo minimizza ritenendo la bocciatura un “utile suggerimento”, immediata è la reazione delle associazioni dei consumatori.

“Il Consiglio di Stato ha bocciato l’idea balzana del canone Rai in bolletta, partorita da un governo apprendista stregone, che vuole continuare a stangare i cittadini” segnalano Adusbef e Federconsumatori. Si tratta – proseguono – di un “intollerabile” tentativo “di fare cassa sulle tasche delle famiglie, che sono libere di decidere se possedere o meno un televisore. Se la Rai vuole avere a disposizione più risorse faccia la sua parte: operi a tutto spiano tagli agli sprechi, ai privilegi, agli abusi, evitando di assumere esterni con contratti milionari secretati direttamente proporzionali ai flop negli ascolti, invece di valorizzare le eccellenti risorse umane interne, e si concentri sull’offerta di un servizio pubblico di qualità che punti veramente sui contenuti, sulla cultura e sull’informazione”.

Ancora più duro il Codacons, secondo il quale la conseguenza del parere del Consiglio di Stato sarà quella di non “inserire il canone in bolletta, almeno fino a che non saranno superate le pesanti criticità rilevate”, spiega il presidente Carlo Rienzi. Il Governo – sottolinea Rienzi – “deve ora sospendere il decreto e apportare tutte le correzioni richieste dai giudici. L’unica cosa certa in mezzo ai tanti dubbi e alla totale mancanza di informazioni per i cittadini, è che sul canone Rai in bolletta regna il caos più totale, motivo per cui il Governo farebbe bene a rinunciare del tutto al provvedimento”.

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Isee 2016: guida pratica alla compilazione

Isee 2016: guida pratica alla compilazione
Cos’è e come va compilato oggi l’indicatore della situazione economica equivalente

iseeDal 1998 nel nostro ordinamento è in vigore un indicatore della situazione economica dei nuclei familiari necessario per accedere alle prestazioni sociali e sociosanitarie in moneta e in servizi: l’Isee.
Quest’anno tale modello ha cambiato volto, con l’obiettivo di garantire una valutazione più corretta ed equa della condizione economica dei cittadini e del reddito disponibile e una differenziazione a seconda della prestazione che con esso si vuole richiedere.

Cerchiamo quindi di capire brevemente come funziona oggi l’Isee.

Tipi di modello
Come accennato, di modelli Isee oggi ce ne sono più di uno.

Innanzitutto vi è quello ordinario, con il quale è possibile calcolare la maggior parte delle prestazioni sociali messe a disposizione dei cittadini dallo Stato.

Se però la prestazione che si intende richiedere è di particolare natura sociale o sanitaria e rientra in un determinato elenco, occorre utilizzare il modello Isee sociosanitario. Esso, più nel dettaglio, è dedicato alle ipotesi di ricovero in particolari strutture per soggetti che non sono autosufficienti, di bonus per gli acquisti o i servizi a favore dei disabili, di prestazioni di assistenza domiciliare.

Vi è inoltre l’Isee corrente che tiene conto, ove ciò sia necessario, dei redditi degli ultimi 12 mesi ed è funzionale ad offrire una visione della situazione economica effettiva anche qualora la stessa sia stata viziata da eventi avversi come ad esempio la perdita del lavoro.

Se all’interno del nucleo familiare vi è solo un genitore e un figlio minorenne, il modello da utilizzare è l’Isee minorenni.

Per gli studenti che intendano richiedere prestazioni inerenti il diritto allo studio vi è, poi, l’Isee università che prevede diverse tipologie di calcolo dell’indicatore e in cui lo studente rientra nel nucleo familiare anche se non è più convivente per ragioni di studio, a meno che non dimostri la propria indipendenza economica.

Infine, vi è l’Isee integrativo che va utilizzato se ci sono delle variazioni da comunicare rispetto al modello Isee già presentato.

Come calcolare l’Isee 2016
Il calcolo del valore Isee viene fatto sulla base dei dati forniti dai cittadini e ricavati dall’Inps e tenendo conto del rapporto tra la somma dei redditi e la scala di equivalenza.

La somma dei redditi, in particolare, deve tenere conto dei redditi agrari, dei redditi di capitale, dei redditi di lavoro dipendente, dei redditi di lavoro autonomo, dei redditi d’impresa e dei redditi diversi.

La scala di equivalenza, invece, non è altro che uno strumento matematico che permette di comparare i redditi delle famiglie con una diversa struttura.

Documenti utili
Per ottenere il modello Isee 2016 è necessario avere a disposizione specifici documenti.

In particolare sono richiesti il codice fiscale dei componenti del nucleo familiare, il documento di riconoscimento del richiedente o del suo tutore o rappresentante legale, l’eventuale contratto di affitto per l’appartamento nella sede dell’università, i redditi relativi ai due anni precedenti la DSU, il patrimonio mobiliare e quello immobiliare relativi al 31 dicembre dell’anno precedente la compilazione della DSU, informazioni sugli autoveicoli e le imbarcazioni da diporto.

Sono eventualmente richiesti, poi, anche documenti più specifici: i portatori di handicap, ad esempio, devono produrre anche la certificazione relativa all’handicap o un documento che attesti eventuale spese per il ricovero in strutture residenziali o per l’assistenza personale.

Novità del modello Isee 2016
Ma in cosa differisce in modello Isee 2016 rispetto a quello degli anni precedenti? La principale novità va rinvenuta nel fatto che esso include oggi molti redditi che prima erano esclusi.

Le modifiche, però, non si fermano qui: vediamone alcune.

Innanzitutto sono cambiate le denominazioni relative alle caselle di riferimento per i minorenni senza redditi né patrimonio: esse si rinvengono ora nel quadro A, moduli MB.1 e MB.2.

È cambiato poi anche il quadro relativo agli studenti universitari con unico genitore separato: è nella prima casella che oggi si deve infatti precisare che nel nucleo familiare vi è un solo genitore, mentre l’altro è separato o comunque non legalmente convivente.

Si è inoltre chiarito che nel patrimonio mobiliare vanno indicate anche le carte prepagate con Iban e i trasferimenti di denaro tra familiari e che nella sezione rimborsi spese i contributi a tale titolo non vanno riportati solo se le spese sono state rendicontate.

Nel quadro FC8 del Modulo FC3 è poi stata inserita un’apposita casella, da barrare nel caso in cui un componente del nucleo familiare non debba presentare la dichiarazione fiscale o usufruisca della sospensione degli adempimenti tributari a seguito di eventi eccezionali.

Un’ultima novità rilevante riguarda esclusivamente il modello Isee università e consiste nel tener conto, se lo studente ha contratto matrimonio, anche del reddito del coniuge.

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Liti tributarie: niente più facili compensazioni per le spese

Liti tributarie: niente più facili compensazioni per le spese
A seguito delle modifiche apportate dal d.lgs. n. 156/2015, la compensazione può derivare solo da ragioni gravi, eccezionali e espressamente motivate

tributiA seguito dell’entrata in vigore del decreto legislativo numero 156/2015, contestuale all’avvento del nuovo anno, oggi le commissioni tributarie non potranno più dichiarare la compensazione delle spese di giudizio così semplicemente come in passato.
Infatti, con l’obiettivo di esonerare il contribuente da spese e oneri gravosi anche in caso di vittoria, la compensazione delle spese di giudizio può essere decisa solo se vi è soccombenza reciproca o, comunque, sussistano ragioni gravi, eccezionali e espressamente motivate.

Più precisamente i casi in cui è ancora possibile compensare le spese nel rito tributario possono essere ricondotti a cinque.

Alla soccombenza reciproca si affianca il caso in cui la causa sia particolarmente complessa e manchi un orientamento giurisprudenziale consolidato in materia.

Un’ulteriore ipotesi in cui il giudice è ancora legittimato a compensare le spese è quella in cui, nonostante il ricorso non sia stato accolto, il contribuente ha comunque tenuto una condotta diligente e ha agito con buona fede in sede sia giudiziale che stragiudiziale.

È possibile compensare, infine, laddove nella materia decisa sussistano pronunce di legittimità contrastanti e non vi sia una prassi interpretativa consolidata e nel caso in cui la dichiarazione di illegittimità dell’atto di accertamento e la sua conseguente nullità derivino da motivi di diritto formali.

Insomma: il contribuente che vinca in giudizio non sarà più costretto ingiustamente a farsi carico delle spese legali per la gestione del contenzioso come troppo spesso avveniva, ma tale evenienza si verificherà solo in ipotesi eccezionali.

Tali ipotesi, però, come accennato potrebbero anche risultare connesse all’atteggiamento del contribuente, al quale è quindi consigliabile, in sede di ricorso, porre l’accento sulla sua buona fede e sul fatto di aver inutilmente tentato di far valere bonariamente le proprie ragioni e sostenere in maniera decisa la vittoria di spese e onorari.

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Sgravi contributivi per i neoassunti: come funzionano

Sgravi contributivi per i neoassunti: come funzionano
I chiarimenti dell’Inps nella circolare allegata sulla versione 2016 delle agevolazioni per chi assume

lavoroCon circolare numero 57, pubblicata il 29 marzo 2016, l’Inps fornisce le indicazioni operative per la gestione degli adempimenti previdenziali connessi all’esonero contributivo per le nuove assunzioni con contratto di lavoro a tempo indeterminato effettuate nel corso del 2016.
Più nel dettaglio, allo scopo di incentivare forme di occupazione stabili e limitatamente alle assunzioni effettuate nel 2016, la Legge di Stabilità 2016 prevede l’esonero dai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, nella misura del 40% dell’ammontare dei contributi medesimi, con esclusione dei premi e dei contributi dovuti all’Inail, nel limite massimo di un importo di esonero pari a 3.250 euro su base annua.

La durata del beneficio è pari a 24 mesi a partire dalla data di assunzione.
L’esonero contributivo spetta alla condizione che, nei sei mesi antecedenti l’assunzione, il lavoratore non sia stato occupato presso qualsiasi datore di lavoro con contratto a tempo indeterminato, mentre è esclusa l’applicazione del beneficio qualora, nei tre mesi antecedenti la data di entrata in vigore della Legge di Stabilità, il lavoratore assunto abbia avuto rapporti di lavoro a tempo indeterminato con il datore di lavoro richiedente l’incentivo ovvero con società da questi controllate o a questi collegate.

L’esonero riguarda tutti i datori di lavoro privati e anche i datori di lavoro agricoli, sia pure per questi ultimi con misure, condizioni e modalità di finanziamento specifiche. Restano esclusi dal beneficio i contratti di apprendistato e i contratti di lavoro domestico, in relazione ai quali la normativa vigente già prevede l’applicazione di aliquote previdenziali in misura ridotta rispetto a quella ordinaria.

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Canone Rai: da oggi via alle domande online per l’esonero

Canone Rai: da oggi via alle domande online per l’esonero
Disponibile a partire da oggi l’applicazione per l’invio del modello di autocertificazione sul sito delle Entrate

raiScatta da oggi la possibilità di presentare online l’autocertificazione per ottenere l’esonero dal pagamento del canone Rai. A comunicarlo è l’Agenzia delle Entrate nella sezione dedicata all’abbonamento alla tv di Stato, rendendo noto che a partire dalla giornata odierna è disponibile l’applicazione web per inviare il modello di dichiarazione sostitutiva direttamente tramite il sito istituzionale.

I contribuenti che sceglieranno la modalità telematica, ricorda la stessa agenzia, avranno tempo per la presentazione fino al 10 maggio 2016, mentre chi decide di procedere tramite l’invio cartaceo (con raccomandata a/r) la scadenza è il 30 aprile.

Sono valide, comunque, le dichiarazioni presentate dal 1° gennaio 2016 al 24 marzo 2016 (data di pubblicazione del provvedimento direttoriale delle Entrate) su modelli non conformi a quello approvato, a condizione che siano rese ai sensi dell’articolo 47 del d.p.r. n. 445/2000 e che contengano tutti gli elementi richiesti dal modello di dichiarazione approvato per la specifica tipologia di dichiarazione resa.

La domanda riguarda l’esonero dall’obbligo di pagamento del canone per tutto l’anno 2016.

Per accedere nuovamente all’esenzione per il 2017, qualora ne sussistano i requisiti bisognerà ripresentarla dal 1° luglio 2016 al 31 gennaio 2017.

Si ricorda che l’esonero dal pagamento del canone Rai 2016 è previsto solo nell’ipotesi di mancato possesso di un apparecchio televisivo nella propria abitazione, mentre non è più possibile disdire l’abbonamento richiedendo il suggellamento dell’apparecchio tv. Altri casi particolari di esonero riguardano gli over 75 con reddito lordo complessivo fino a 6.713,98 euro (finchè non sarà emanata il decreto del Mef che amplia la soglia dell’esenzione fino a 800 euro annui), i diplomatici e militari stranieri.

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Aumento dell’Iva al 25,5%, è inevitabile

Aumento dell’Iva al 25,5%, è inevitabile.
Ad affermarlo è il rapporto della Corte dei Conti diffuso in questi giorni che sostiene la necessità e la fattibilità di un intervento sull’imposta

iva

Negli ultimi tempi, si è assistito ad una continua lotta tesa a “sterilizzare”, “scongiurare” o “disinnescare” le famose clausole di salvaguardia, ossia quell’assegno in bianco che il Governo ha firmato a garanzia dei tagli alla spesa, con la spada di Damocle sulla testa (degli italiani!) dell’aumento dell’Iva in caso di mancato recupero delle risorse utilizzate.

L’ultima “sterilizzazione” si è avuta con la legge di Stabilità 2016 che ha rinviato il problema dell’aumento dell’Iva che doveva scattare quest’anno, al prossimo. Ma ora, l’aumento per il prossimo anno si rivela inevitabile e, anzi, “giustificato e preferibile” ad altre forme di imposizione indiretta. A dirlo non è l’esecutivo ma la Corte dei Conti nel rapporto 2016 diffuso in questi giorni sul coordinamento della finanza pubblica.

L’aumento dell’Iva, fino a un massimo del 13% per le aliquote oggi al 10% e fino al 25,5% per quelle al 22% si rivela, per i magistrati contabili, non solo necessario sul versante delle entrate – visto che tagliando le spese fiscali, un contributo è pur sempre dovuto – ma anche tra “i meno distorsivi quanto a impatto sull’economia”.

L’Italia, infatti, è fanalino di coda nella graduatoria europea sul rendimento dell’imposta sul valore aggiunto e sarebbe preferibile un aumento della stessa, che resterebbe nell’area individuata dalla clausola di salvaguardia, con una ridistribuzione tra aliquota ordinaria e agevolata (nel senso di un ampliamento del perimetro di quest’ultima), piuttosto che l’azione su altre forme di imposizione come Irpef, Irap (o altre) che risulterebbe limitata, parziale e lontana da ogni soluzione di riforma strutturale.

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Paga la Tares chi vive in una tenda

Paga la Tares chi vive in una tenda.
E’ quanto avvenuto a un uomo di Belluno, al quale Equitalia ha chiesto il pagamento del tributo nonostante la sua casa sia inagibile e non abitabile

tenda

La sua casa è inagibile e non abitabile e da anni è costretto a vivere in una tenda. Ma il comune gli ha intimato di pagare la Tares (oggi Tari), il tributo comunale sui rifiuti e sui servizi. È quanto avvenuto a un uomo di Belluno, Andrej Jez, un tecnico industriale, musicista e liutaio polacco che da quasi 30 anni vive in Italia.

L’incubo per l’uomo, come riportato da Il Gazzettino, è iniziato con l’acquisto di un’abitazione a Ceresera in provincia di Belluno, per la quale, peraltro, sta ancora pagando il mutuo. Peccato che la casa però non abbia accessi né allacciamento alla fornitura idrica, per cui è ritenuta inagibile. E quindi Jez non può abitarvi e da anni è costretto a vivere in una tenda, montata esattamente di fronte alla porta di casa, in quanto sfrattato anche dall’alloggio comunale d’emergenza.

Nonostante ciò il comune gli intima il pagamento della tassa sui rifiuti.

L’uomo, che danni lotta per avere giustizia sulla sua abitazione, non si arrende e si reca più volte presso gli uffici per chiedere spiegazioni illustrando la sua drammatica situazione, ma invano.

E ancora dopo 12 anni, si ritrova nell’impossibilità di risolvere i problemi che hanno impedito l’accesso alla sua casa (attendendo la relativa documentazione da parte del Comune) e a vivere in una tenda, dovendo comunque pagare i tributi al fisco.

“Praticamente – si sfoga sulle pagine del giornale – a Ceresera non posso avere residenza, né domicilio. Allora perché devo pagare le tasse?”.

Presupposto del tributo sui rifiuti, come noto, è il possesso o la detenzione di locali o di aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, suscettibili di produrre rifiuti urbani.

E il Comune su tali presupposti è andato avanti e nel frattempo alla porta di Jez (o meglio alla tenda) ha bussato Equitalia, intimando il pagamento della Tares.

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Cartelle esattoriali, Consulta: sì ai ricorsi vicino casa

Cartelle esattoriali, Consulta: sì ai ricorsi vicino casa.

La Corte Costituzionale, con l’importante sentenza n. 44 del 3 marzo 2016, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 1, D.Lgs. n. 546/92 nella parte in cui prevede che per le controversie proposte nei confronti dei soggetti iscritti nell’albo di cui all’art. 53 del D.Lgs. n. 446 del 15 dicembre 1997 è competente la Commissione Tributaria Provinciale nella cui circoscrizione i medesimi soggetti hanno sede, anziché quella nella cui circoscrizione ha sede l’ente locale impositore.

In sostanza, i ricorsi contro le cartelle esattoriali emesse dal concessionario della riscossione, se quest’ultimo ha sede in una provincia diversa da quella dell’ente impositore, devono essere proposti alla Commissione Tributaria Provinciale che ha la competenza territoriale su quest’ultimo, per evitare che il cittadino-contribuente debba sobbarcarsi costi aggiuntivi tali da rendere estremamente difficoltoso, nonché costoso, l’esercizio del proprio diritto di difesa o addirittura da indurlo a rinunciare ad impugnare la cartella esattoriale o l’avviso di pagamento.

La giurisprudenza costituzionale riconosce, infatti, un’ampia discrezionalità del legislatore nella conformazione degli istituti processuali (tra le ultime, sentenze n. 23 del 2015, n. 243 e n. 157 del 2014), anche in materia di competenza (ex plurimis, sentenze n. 159 del 2014 e n. 50 del 2010).

Resta naturalmente fermo il limite della manifesta irragionevolezza della disciplina, che si ravvisa, con riferimento specifico al parametro evocato, ogniqualvolta emerga un’ingiustificabile compressione del diritto di agire (sentenza n. 335 del 2004).

In generale, la Corte Costituzionale ha chiarito, con riferimento all’art. 24 Cost., che «tale precetto costituzionale “non impone che il cittadino possa conseguire la tutela giurisdizionale sempre nello stesso modo e con i medesimi effetti (…) purché non vengano imposti oneri tali o non vengano prescritte modalità tali da rendere impossibile o estremamente difficile l’esercizio del diritto di difesa o lo svolgimento dell’attività processuale” (sentenza n. 63 del 1977; analogamente, cfr. sentenza n. 427 del 1999 e ordinanza n. 99 del 2000)» (ordinanza n. 386 del 2004).

Alla luce di questi principi, deve ritenersi che nella disciplina in esame il legislatore, nell’esercizio della sua discrezionalità, abbia individuato un criterio attributivo della competenza che concretizza «quella condizione di “sostanziale impedimento all’esercizio del diritto di azione garantito dall’art. 24 della Costituzione” suscettibile “di integrare la violazione del citato parametro costituzionale” (così, nuovamente, la sentenza n. 237 del 2007)» (ordinanza n. 417 del 2007).

Difatti, poiché l’ente locale non incontra alcuna limitazione di carattere geografico-spaziale nell’individuazione del terzo cui affidare il servizio di accertamento e riscossione dei propri tributi, lo «spostamento» richiesto al contribuente che voglia esercitare il proprio diritto di azione, garantito dal parametro evocato, è potenzialmente idoneo a costituire una condizione di «sostanziale impedimento all’esercizio del diritto di azione» (sentenze n. 117 del 2012, n. 30 del 2011, n. 237 del 2007 e n. 266 del 2006) o comunque a «rendere “oltremodo difficoltosa” la tutela giurisdizionale» (sentenza n. 237 del 2007; ordinanze n. 382 e n. 213 del 2005).

A questo proposito, lo stesso legislatore, all’art. 52, comma 5, lettera c), del d.lgs. n. 446 del 1997, ha precisato che l’individuazione, da parte dell’ente locale, del concessionario del servizio di accertamento e riscossione dei tributi e delle altre entrate (determinante ai fini del radicamento della competenza) «non deve comportare oneri aggiuntivi per il contribuente».

Ebbene, il fatto che il contribuente debba farsi carico di uno «spostamento» geografico anche significativo per esercitare il proprio diritto di difesa integra un considerevole onere a suo carico.

Questo onere, già di per sé ingiustificato, diviene tanto più rilevante in relazione ai valori fiscali normalmente in gioco, che potrebbero essere come in concreto sono nella specie di modesta entità, e quindi tali da rendere non conveniente un’azione da esercitarsi in una sede lontana.

Quanto alla individuazione del criterio alternativo di competenza, essa non comporta un’operazione manipolativa esorbitante dai poteri della Corte Costituzionale, in quanto non deve essere operata una scelta tra più soluzioni, tutte praticabili perché non costituzionalmente obbligate (sentenza n. 87 del 2013; ordinanze n. 176, n. 156 del 2013 e n. 248 del 2012).

Difatti, il rapporto esistente tra l’ente locale e il soggetto cui è affidato il servizio di accertamento e riscossione comporta che, ferma la plurisoggettività del rapporto, il secondo costituisca una longa manus del primo, con la conseguente imputazione dell’atto di accertamento e riscossione a quest’ultimo.

Ne consegue che, ritenuto irragionevole ai fini del radicamento della competenza territoriale, per le ragioni evidenziate, il riferimento alla sede del soggetto cui è affidato il servizio, non può che emergere il rapporto sostanziale tra il contribuente e l’ente impositore.

Alla sede di quest’ultimo ai fini della determinazione della competenza non vi è quindi alternativa.

E’ stata, pertanto, dichiarata, in accoglimento della sollevata questione, l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 1, del d.lgs. n. 546 del 1992, con riferimento all’art. 24 Cost., nella parte in cui prevede che per le controversie proposte nei confronti dei concessionari del servizio di riscossione è competente la commissione tributaria provinciale nella cui circoscrizione i concessionari stessi hanno sede, anziché quella nella cui circoscrizione ha sede l’ente locale concedente.

Deve essere, infine, preso in considerazione l’art. 4, comma 1, del d.lgs. n. 546 del 1992, nel testo vigente a seguito della sostituzione operata dall’art. 9, comma 1, lettera b), del d.lgs. n. 156 del 2015.

Infatti, «”l’apprezzamento di questa Corte, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, non presuppone la rilevanza delle norme ai fini della decisione propria del processo principale, ma cade invece sul rapporto con cui esse si concatenano nell’ordinamento, con riguardo agli effetti prodotti dalle sentenze dichiarative di illegittimità costituzionali” (sentenza n. 214 del 2010)» (sentenza n. 37 del 2015).

In applicazione del citato art. 27, quindi, trattandosi di disposizione sostitutiva contenente disposizioni analoghe in contrasto coi principi affermati nella odierna decisione (sentenze n. 82 del 2013, n. 70 del 1996 e n. 422 del 1995), deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 4, comma 1,del d.lgs. n. 546 del 1992, nel testo vigente a seguito della sostituzione operata dall’art. 9, comma 1, lettera b), del d.lgs. n. 156 del 2015, nella parte in cui prevede che per le controversie proposte nei confronti dei soggetti iscritti nell’albo di cui all’art. 53 del d.lgs. n. 446 del 1997 è competente la commissione tributaria provinciale nella cui circoscrizione i medesimi soggetti hanno sede, anziché quella nella cui circoscrizione ha sede l’ente locale impositore.

In conclusione, è stata dichiarata, in applicazione dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte Costituzionale), l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 1, del d.lgs. n. 546 del 1992, nel testo vigente a seguito della sostituzione operata dall’art. 9, comma 1, lettera b), del d.lgs. n. 156 del 2015, nella parte in cui prevede che per le controversie proposte nei confronti dei soggetti iscritti nell’albo di cui all’art. 53 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446 (Istituzione dell’imposta regionale sulle attività produttive, revisione degli scaglioni, delle aliquote e delle detrazioni dell’Irpef e istituzione di una addizionale regionale a tale imposta, nonché riordino della disciplina dei tributi locali) è competente la commissione tributaria provinciale nella cui circoscrizione i medesimi soggetti hanno sede, anziché quella nella cui circoscrizione ha sede l’ente locale impositore.

In definitiva, questa importante sentenza della Corte Costituzionale rende meno difficoltosa la difesa del cittadino-contribuente nei confronti dell’agente di riscossione.

fonte: http://www.altalex.com/

La Commissione Tributaria Provinciale di Lecce annulla due provvedimenti di Equitalia

La Commissione Tributaria Provinciale di Lecce annulla due provvedimenti dell’agente per la riscossione.

Una importantissima sentenza, la n. 478/2016 della Commissione Tributaria Provinciale di Lecce dell’11 febbraio 2016, ha condannato Equitalia perché non ha rispettato il codice deontologico dei concessionari (Decreto Ministero delle Finanze n. 280 del 16/11/2000) oltre all’articolo 10 comma 1 della Legge n. 212/2000 (Statuto dei diritti del contribuente), inoltre perché voleva iscrivere un’ipoteca di oltre 1 milione e mezzo di euro senza prima instaurare il contraddittorio con il contribuente, come previsto dalla costante giurisprudenza della Corte di Cassazione e della Corte di Giustizia Europea, anche perchè aveva illegittimamente respinto una richiesta di rateizzazione.

La decisione che ha accolto le doglianze del ricorrente difeso dall’avvocato Maurizio Villani, ha un rilevo nazionale, sottolinea Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, perché stabilisce dei principi che Equitalia deve rispettare per evitare gravi danni economici al contribuente.

Nella fattispecie, si tratta di un’azienda leccese del settore calzaturiero con oltre 100 dipendenti.Appunto per questo, Equitalia Lecce oltre ad aver visto annullati sia il provvedimento di comunicazione di iscrizione ipotecaria che il diniego di rateizzazione, è stata condannata anche a pagarele spese legali per oltre 8.500 euro ed accessori.

fonte: http://www.studiotributariovillani.it/

Una importantissima sentenza, la n. 478/2016 della Commissione Tributaria Provinciale di Lecce dell’11 febbraio 2016, ha condannato Equitalia perché non ha rispettato il codice deontologico dei concessionari (Decreto Ministero delle Finanze n. 280 del 16/11/2000) oltre all’articolo 10 comma 1 della Legge n. 212/2000 (Statuto dei diritti del contribuente), inoltre perché voleva iscrivere un’ipoteca di oltre 1 milione e mezzo di euro senza prima instaurare il contraddittorio con il contribuente, come previsto dalla costante giurisprudenza della Corte di Cassazione e della Corte di Giustizia Europea, anche perchè aveva illegittimamente respinto una richiesta di rateizzazione.La decisione che ha accolto le doglianze del ricorrente difeso dall’avvocato Maurizio Villani, ha un rilevo nazionale, sottolinea Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, perché stabilisce dei principi che Equitalia deve rispettare per evitare gravi danni economici al contribuente.

Nella fattispecie, si tratta di un’azienda leccese del settore calzaturiero con oltre 100 dipendenti.Appunto per questo, Equitalia Lecce oltre ad aver visto annullati sia il provvedimento di comunicazione di iscrizione ipotecaria che il diniego di rateizzazione, è stata condannata anche a pagarele spese legali per oltre 8.500 euro ed accessori.