Responsabilità medica d’equipe: la Cassazione fa chiarezza

Responsabilità medica d’equipe: la Cassazione fa chiarezza.

La Suprema Corte torna sulla responsabilità medica d’equipe, pronunciandosi sull’obbligo di diligenza dei componenti e sul controllo dell’operato altrui medico.

In un’equipe medica ogni componente deve sempre controllare che gli altri sanitari abbiano posto in essere in modo corretto la propria attività. Così ha stabilito la IV Sezione Penale della Cassazione con sentenza n. 22007/2018 tornando sulla responsabilità dell’equipe medica e facendo chiarezza su alcuni punti.

Nella vicenda, più sanitari in servizio presso una struttura ospedaliera venivano imputati del decesso di una partoriente sottoposta a taglio cesareo ed a isterectomia per aver omesso in modo colpevole di porre in essere tutte le operazioni idonee volte ad evitare il decesso.

La IV Sezione, riprendendo un granito orientamento della Sezioni Unite (cfr. sentenza 38343/2014), ha soffermato l’attenzione sulla posizione di garanzia, la quale trae la sua fonte dalla legge.

Il Palazzaccio si sofferma, quindi, sul fatto che oltre all’attività sincronizzata dei sanitari ovvero per gli ausiliari dei sanitari per un intervento, le azioni si integrano reciprocamente in virtù di un intervento il cui esito deve essere positivo. Emerge il principio dell’affidamento che si concretizza nel vigilare le singole azioni dei singoli sanitari ed allo stesso tempo vige il principio alla luce del quale ogni singolo sanitario ovvero ausiliario ha l’onere di prestare la propria diligenza sull’azione affidatagli.

La Suprema Corte inoltre statuisce che il principio dell’affidamento non può essere invocato nel caso in cui la condotta colposa del singolo sanitario si esplichi nella inosservanza della legge che regola la sua attività, con la conseguente prevedibilità nonché rilevabilità dell’errore del singolo sanitario.

Alla luce di quanto esposto la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di Appello territoriale, rimettendo la liquidazione delle spese tra le parti per il giudizio di legittimità.

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Responsabilità medica: l’art. 590-sexies e l’intervento delle Sezioni Unite

Responsabilità medica: l’art. 590-sexies e l’intervento delle Sezioni Unite.

La portata operativa del nuovo art. 590-sexies introdotto dalla legge Gelli-Bianco, una surrettizia reintroduzione del concetto di colpa lieve quale tentativo volto a bilanciare esigenze contrapposte.

La legge n. 24 del 2017, nel perdurante tentativo di porre fine agli irriducibili fenomeni di medicina difensiva, cercando allo stesso tempo di bilanciare le istanze di tutela della sfera operativa del medico con quelle di protezione del bene primario della salute, ha dato vita ad un sistema che ha posto rilevanti profili di innovazione rispetto al precedente decreto Balduzzi: se da un lato è stato abbandonato il riferimento alla gradazione della colpa ai fini dell’esonero dalla punibilità, d’altro canto è stata esplicitamente limitata l’esclusione nell’applicazione della sanzione alle ipotesi d’imperizia, contraddicendo dunque l’orientamento sviluppatosi negli ultimi periodi di vigenza della normativa precedente, con il quale la Cassazione aveva cercato di affermare l’estensione della causa di non punibilità alle ipotesi di negligenza ed imprudenza, sulla scorta non solo di istanze di ragionevolezza, ma soprattutto in virtù della conclamata difficoltà di distinguere tra linee guida comportanti incidenza solo sull’imperizia e raccomandazioni che viceversa toccassero anche profili di prudenza e diligenza.

La novella legislativa ha, peraltro, inciso anche sul rilievo da attribuire alle linee guida nel meccanismo di imputazione della responsabilità colposa in capo al medico mediante la previsione di un esplicito meccanismo di formalizzazione delle medesime. Se tale innovazione è stata salutata favorevolmente da chi ha sottolineato come realmente un simile assetto possa contribuire a contrastare il fenomeno della medicina difensiva, aiutando a rendere più incisivi i parametri di determinatezza che fondano l’imputazione soggettiva colposa, d’altro canto qualcun altro ha sottolineato come la suddetta soluzione applicativa possa dar luogo a meccanismi di deresponsabilizzazione e spersonalizzazione dell’attività del medico e del rapporto sanitario-paziente, rischiando di comportare la creazione di una sorta di medicina di Stato. Tale pericolo è tuttavia stemperato dalla previsione contenuta nell’art. 6 della predetta legge, in cui viene sottolineata la necessaria pertinenza della medesima linea guida rispetto al caso di specie. Questa previsione è, come è evidente, volta ad aprire il sistema a margini di recupero della punibilità del medico, anche nel caso di rispetto della linea guida, ove le peculiarità del caso concreto richiedano di discostarsene. Un tale assunto risponde all’esigenza di garantire l’effettiva personalizzazione dell’attività terapeutica nonché a quella di evitare fenomeni di meccanicizzazione nella tutela del diritto alla salute, ottenendo dunque, l’effetto contrario rispetto a quello volto ad evitare i fenomeni di medicina difensiva.

Dopo l’entrata in vigore della legge Gelli-Bianco, numerose sono state le questioni oggetto di riflessione nella giurisprudenza di legittimità, interrogativi duplici e sicuramente tutti interconnessi tra loro, incentrati su un comun denominatore: la natura giuridica dell’esclusione della punibilità cui ha dato vita la novella nell’art. 590-sexies.

Le questioni sorte, in particolare, hanno riguardato anche problematiche relative all’efficacia della legge penale nel tempo ed ai susseguenti rapporti tra il decreto Balduzzi e la nuova legge Gelli-Bianco, cercando di individuare il regime più favorevole e districando dunque le problematiche in termini di quale disciplina debba applicarsi ai fatti commessi prima dell’entrata in vigore dell’attuale normativa. Inoltre, ulteriore quesito, centrale negli interrogativi concernenti l’ambito operativo della nuova legge, è stato quello concernente l’esatta area applicativa dell’esclusione della punibilità nel caso di imperizia e di effettivo rispetto delle linee guida pertinenti rispetto al caso concreto. In particolare il dubbio ha riguardato i momenti diagnostici e terapeutici diversi rispetto a quello dell’individuazione della linea guida corretta, e, soprattutto, l’interrogativo si è focalizzato sull’operatività della esclusione della punibilità in caso di errore nella fase esecutiva, di applicazione di una linea guida pertinente ed adeguata all’ipotesi specifica.

Il contrasto che ha determinano l’intervento risolutivo delle Sezioni Unite è emerso in due pronunce, le quali hanno sostenuto posizioni tendenzialmente opposte: la sentenza Tarabori e la sentenza Cavazza. La prima pronuncia ha fornito un’interpretazione fortemente restrittiva dell’ambito applicativo in cui viene esclusa la punibilità sulla base della nuova legge Gelli, interpretazione resa necessaria, nell’ottica dei giudici di legittimità, al fine di “salvare” la riforma da potenziali censure di illegittimità costituzionale cui, altrimenti, essa potrebbe andare incontro.

In tal senso, in questa sentenza, gli Ermellini mettono in luce come il nuovo art. 590-sexies non darebbe vita ad una causa di esclusione della punibilità sul piano oggettivo, bensì si tratterebbe di una delimitazione dei confini della responsabilità medica sostanzialmente coerente con i generali principi che connotano l’addebito soggettivo colposo. In questo senso, la nuova disposizione sarebbe sostanzialmente inutile dal momento che il rispetto delle linee guida pertinenti al caso concreto non porterebbero in ogni caso ad un’attribuzione di responsabilità in quanto la condotta posta in essere dal soggetto agente non sarebbe in alcun modo rimproverabile, avendo il medesimo fatto tutto quanto in suo potere per evitare la verificazione dell’evento lesivo. Di conseguenza, i giudici procedono ad un’interpretazione del dettato normativo non coerente con il disposto letterale della riforma: nonostante l’apparenza, la nuova disciplina non avrebbe l’intento di dar vita ad una causa di esclusione della punibilità indipendente dal parametro soggettivo, ma sarebbe meramente il frutto dell’applicazione dei criteri d’imputazione in materia di colpa. Sottolineato ciò, la Tarabori, nel circoscrivere il perimetro dell’art. 590-sexies, mette in luce come, da un lato la nuova disciplina sarà applicabile solo alle ipotesi di imperizia, con la totale esclusione delle ipotesi relative alla diligenza ed all’imprudenza, dall’altro come l’esclusione della punibilità non si potrà avere ove le linee guida scelte non siano pertinenti al caso concreto o quando le specificità terapeutiche avrebbero richiesto la convergente applicazione di più raccomandazioni diverse volte a risolvere i diversi aspetti del processo morboso.

Soprattutto, tuttavia, la suddetta pronuncia esclude che possa esentarsi da punibilità la condotta del sanitario che “pur avendo cagionato un evento lesivo a causa di comportamento rimproverabile per imperizia, in qualche momento della relazione terapeutica abbia comunque fatto applicazione di direttive qualificate; pur quanto esse siano estranee al momento tipico in cui l’imperizia lesiva si sia realizzata”[1]. La ratio di tale enunciato è volta ad escludere che l’esonero della punibilità derivante dalla scelta idonea della linea guida pertinente al caso concreto, possa investire un momento diverso e successivo rispetto all’individuazione della linea guida medesima, quale in particolare quello relativo all’esecuzione della stessa. Ergo qualora il sanitario individuerà la raccomandazione pertinente non potrà aspettarsi che l’esclusione della punibilità investa la fase applicativa della linea guida, fase diversa e successiva pur se afferente al medesimo ambito terapeutico.

Le soluzioni proposte dalla suddetta pronuncia sviliscono sicuramente l’ambito applicativo dell’art. 590-sexies, rendendo pressoché inutile la portata della previsione. Tale approdo è stato giustificato dall’esigenza che una diversa presa di posizione avrebbe sostanzialmente apportato un vulnus alle istanze di tutela sottese al diritto alla salute, nonché una cosciente frizione con il principio di colpevolezza (determinando una inaccettabile esclusione di punibilità rispetto a fatti rimproverabili in un’ottica d’imputazione soggettiva) ed, infine, una situazione di irragionevolezza derivante dall’irrazionalità che ne sarebbe derivata riconoscendo al medico ampi margini di esonero della responsabilità non previsti per altre tipologie di attività professionali altrettanto pericolose ma socialmente utili.

Conseguenza inevitabile di una simile presa di posizione è la qualificazione della disciplina prevista dalla Balduzzi quale maggiormente favorevole poiché quest’ultima, nel limitale la responsabilità alle ipotesi di colpa grave, prevederebbe un’effettiva causa di esclusione della punibilità avente valenza oggettiva, seppur limitata alla circostanze in cui venga in gioco la colpa lieve, per cui, troverà prevalente applicazione alle ipotesi precedenti rispetto alla riforma, alla stregua di quanto previsto dall’art. 2 cp.

In termini sostanzialmente opposti si era pronunciata la medesima Cassazione nella sentenza Cavazza. La Corte, al fine di non svuotare di contenuto applicativo le nuove disposizioni, e mossa dalla considerazione di quello che è il fine ultimo per cui il legislatore è intervenuto con la legge Gelli-Bianco (ossia quello di contrastare i fenomeni di medicina difensiva) porta avanti un’interpretazione maggiormente aderente alla lettera di quanto previsto dal nuovo art. 590-sexies cp. In tal senso, gli Ermellini mettono in luce come la previsione abbia dato vita ad un’effettiva causa di esclusione della punibilità in senso stretto, che esonera da punibilità fatti tipici, antigiuridici e colpevoli, in virtù di un bilanciamento di interessi che valorizza le istanze volte ad evitare i fenomeni di medicina difensiva, determinando la non applicazione della sanzione in virtù di ragioni d’opportunità.

In aderenza a tale postulato, la Corte ritiene che la causa di non punibilità si applichi anche a fronte di errori esecutivi avvenuti nell’applicazione di una linea guida correttamente individuata. Ma vi è di più: i Giudici ritengono che sia proprio questo l’ambito applicativo dell’esonero della punibilità, in quanto se è evidente che non si possa essere puniti in caso di corretta individuazione di linee guida pertinenti al caso concreto (sulla base dei principi che reggono l’imputazione colposa), l’oggettivo margine applicativo della non punibilità non può che riferirsi a qualcosa di diverso dalla scelta della stessa linea guida, ergo quest’ultimo sarà quello relativo alla dinamica volta all’esecuzione della raccomandazione. Per cui, l’unica ipotesi residuale di applicazione della pena a fronte di imperizia sarà quella in cui vi sia una non corretta scelta della linea guida in relazione alle peculiarità del caso concreto.

Circa la potenziale frizione di una simile interpretazione con il principio di cui all’art. 32 Cost., la Corte sottolinea come un sistema di tal guisa non possa che giovare alle istanze di tutela della salute: tale interpretazione è infatti conforme alla ratio che ha portato il legislatore ad emanare la legge Gelli-Bianco, ossia quella di evitare il deprecabile fenomeno della medicina difensiva. Una tale impostazione dunque, non fa che approntare una maggiore protezione al bene salute, cercando di evitare i meccanismi di chiusura in una trincea operativa da parte del sanitario, tipici degli ultimi anni.

Una simile interpretazione dunque porta a ritenere che la novella debba considerarsi necessariamente più favorevole rispetto alla previgente disciplina, almeno con riferimento alle ipotesi di imperizia, non essendovi più la limitazione dell’esclusione della punibilità alle ipotesi di colpa lieve, essendo venuto meno il parametro della gradazione della colpa. Diversa sarà l’ipotesi di colpa lieve in relazione alla negligenza ed all’imprudenza, in cui residuerà, come è evidente, l’applicazione delle disposizioni previgenti.

Le Sezioni Unite della Suprema Corte, con la sentenza 8770 del 2018 pongono fine all’annoso dibattito che era sorto, cercando di definire la natura e l’ambito applicativo della nuova disciplina.

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Dapprima i giudici valorizzano la scelta di formalizzare il meccanismo di produzione delle linee guida, in quanto il sottoporre le medesime a meccanismi di etero normazione ne accentua l’attendibilità, potendo sia il medico in fase di scelta delle raccomandazioni idonee che il giudice durante l’accertamento della responsabilità colposa, basarsi su linee guida omogenee e aventi una base normativa, determinando il venir meno dello scetticismo giudiziale nell’utilizzo delle medesime al fine di parametrare l’imputazione soggettiva. D’altro canto, un fenomeno di questo tipo risponde perfettamente all’esigenza di tassativizzare le componenti su cui basare il rimprovero in termini di responsabilità colposa, attribuendo maggiore determinatezza ai criteri sui quali basare il giudizio di prevedibilità ed evitabilità in materia di applicazione delle regole cautelari. Peraltro la Corte tiene a sottolineare come non vi siano contrasti interpretativi in relazione a quella che è la natura delle linee guida. A sconsacrare il rischio di dar vita ad automatismi e spersonalizzazioni nell’esercizio dell’attività medica i Giudici di legittimità mettono in evidenza come le raccomandazioni in esame non sono regole cautelari scritte, e non sono dunque in grado di generare ipotesi di colpa specifica. Questo dato è inconfutabile proprio in virtù della natura elastica, flessibile ed adattabile al caso concreto delle linee guida in esame. Ergo, risulta evidente come non si possa riporre sulle stesse la speranza di coprire l’intero panorama delle regole che compongono l’arte medica, dovendo, peraltro il sanitario sempre ponderare la rispondenza delle stesse alle singole peculiarità del caso concreto, pena gravosi immobilismi nel progresso medico-scientifico nonché inaccettabili ripercussioni negative sulla tutela del bene salute dei pazienti. La Corte dunque tende a sottolineare l’importanza rivestita dal cd. giudizio di adeguatezza che il medico deve svolgere nel ponderare la rispondenza della raccomandazioni al caso concreto, proprio perché esso è lo strumento mediante il quale il sanitario recupera l’autonomia necessaria nell’espletamento della propria attività lavorativa. Inoltre risulta fondamentale che, in sede giudiziale, la valutazione della sussistenza del giudizio di adeguatezza venga sempre effettuata ex ante, considerando tutte le circostanze esistenti al momento del fatto che il medico conosceva o avrebbe dovuto conoscere. Importante è dunque evitare di dar vita a presunzioni di non adeguatezza della regola scelta, sulla base di una valutazione ex post, dopo che l’evento lesivo si è verificato.

Passando al nodo focale delle questioni affrontate dalla Suprema Corte, risulta centrare mettere in luce come la stessa cerchi di recuperare margini di verità ed operatività sia dalla pronuncia Tarabori che dalla Cavazza, provando, allo stesso tempo, a stemperarne le reciproche estremizzazioni, e individuando un bilanciamento tra le opposte esigenze valorizzate nell’una e nell’altra sentenza: da un lato tutelare in termini effettivi il diritto alla salute, non dando vita a frizioni con il dettato costituzionale e dall’altro evitare il riprovevole fenomeno della medicina difensiva, recuperando dunque un concreto significato da attribuire alla legge Gelli-Bianco. Dunque la Corte valorizza la sentenza Tarabori nel suo intento di delineare con cautela l’ambito applicativo della novella, escludendo l’applicazione dell’esonero della punibilità nelle ipotesi in cui venga in gioco la negligenza o la prudenza, nei casi di ambiti non governati da linee guida, nelle circostanze nelle quali le linee guida non siano pertinenti rispetto al caso concreto nonché ove il caso concreto richieda la scelta e l’applicazione di più raccomandazioni. Tuttavia, i giudici ripudiano l’interpretazione eccessivamente restrittiva della sentenza Tarabori, ove essa esclude che l’art. 590-sexies abbia dato vita ad una vera e propria causa di esclusione della punibilità rilevante sul piano oggettivo, e poiché limita l’ambito applicativo della novella al punto da non far residuare nessuno spazio operativo alla stessa, riconducendo quanto in essa contenuto, ai generali principi che reggono il rimprovero colposo.

Specularmente la Corte valorizza il pregio della sentenza Cavazza di aver individuato un concreto margine applicativo della nuova norma mediante l’interpretazione letterale, peraltro coerente con l’intento legislativo; di aver inoltre colto la natura di ciò cui la riforma ha dato vita: una vera e propria causa di esclusione della punibilità in senso stretto. Peraltro, tuttavia, viene sottolineato come tale pronuncia cade nell’errore opposto rispetto alla Tarabori, ovvero quello di rendere troppo ampio il margine di operatività della non applicazione della pena, giungendo in pratica ad affermare una generale totale impunità del medico ove si trovi ad operare in un ambito governato dalla perizia e ove abbia scelto le idonee regole cautelari pertinenti al caso di specie, oltre al fatto che, la problematica difficoltà di distinguere in ambito medico-terapeutico le ipotesi governate da imperizia rispetto a quelle rette da imprudenza o negligenza, porterebbe con sè il rischio di rendere esponenzialmente ampia la sfera di operatività della causa di non punibilità.

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È reato dichiarare spese mediche false nel 730

È reato dichiarare spese mediche false nel 730.

Per la Cassazione è integrata la fattispecie criminosa di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altre documenti per operazioni inesistenti.

La falsità può essere riferita anche all’indicazione dei soggetti con cui è intercorsa l’operazione, mentre rientrano nella nozione di documenti anche quelli aventi, ai fini fiscali, valore probatorio analogo alle fatture, ad esempio ricevute fiscali e documenti da cui risultino spese deducibili dall’imposta, come le ricevute per spese mediche o per interessi sui mutui e le schede carburante.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, terza sezione penale, nella sentenza n. 17126/2018 (qui sotto allegata) dichiarando inammissibile il ricorso di una serie di persone responsabili, in associazione a delinquere (alcuni nella veste di promotori e altri come organizzatori), di aver commesso più delitti di evasione fiscale previsti dal d.lgs. n. 74 del 2000.
La vicenda
Agli imputati, in sintesi, era ascritto di avere organizzato e partecipato a un sodalizio criminale che, attraverso la predisposizione di documentazione sanitaria materialmente falsa (apparentemente emessa da cliniche private), aveva consentito a numerosi contribuenti di presentare dichiarazioni dei redditi fraudolente per l’esposizione di spese sanitarie mai sostenute (per le quali spetta la detrazione Irpef del 19%).

Si era ottenuto, in tal modo, l’illecito risultato di far ottenere ai contribuenti un rimborso IRPEF non dovuto, pari a oltre 2 miliardi di euro, la cui metà era stata dagli stessi contribuenti versata al sodalizio criminoso.

In Cassazione, alcuni tra gli imputati contestano l’aver ritenuto sussistente il delitto associativo (anziché del concorso di persone nel reato continuato) e l’erronea interpretazione della legge sul reato contestato: secondo la prospettatone difensiva, i falsi documenti furono creati in un momento successivo all’elaborazione informatica e alla trasmissione della dichiarazione e non furono registrati nelle scritture obbligatorie dei soggetti emittenti, trattandosi di soggetti privati.

Pertanto, il fatto non sarebbe rientrato nella fattispecie di cui all’art. 2 d.lgs. n. 74 del 2000, bensì nella diversa ipotesi contemplata dall’art. 4 del medesimo d.lgs., ossia il reato di dichiarazione infedele.
False spese mediche nel 730: è dichiarazione fraudolenta per operazioni inesistenti
Gli Ermellini motivano dettagliatamente in ordine alla sussistenza del reato associativo, mentre, quanto fattispecie delittuosa, richiamano dei punti fermi di precedenti giurisprudenziali di legittimità.

Per la Corte, il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2 d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74) è integrato dalla falsa indicazione, nella dichiarazione IRPEF, di spese deducibili dall’imposta, quando le stesse non siano state effettuate o siano state effettuate in misura inferiore (cfr. Cass., n. 48486/2011).

mella nozione di “documenti” rientrano quelli aventi, ai fini fiscali, valore probatorio analogo alle fatture, tra cui ricevute fiscali e simili, nonché quei documenti da cui risultino spese deducibili dall’imposta, come, per esempio, le ricevute per spese mediche o per interessi sui mutui e le schede carburanti (cfr. Cass., sent., n. 5642/2011), documenti che attualmente non devono essere allegati alla dichiarazione dei redditi, ma conservati per eventuali controlli da parte degli uffici.

Qualora le spese documentate siano deducibili dall’imposta, l’indicazione in dichiarazione di tali spese non effettuate o effettuate in misura inferiore integra la condotta del reato, per il fatto che si fanno apparire elementi passivi fittizi.
Dichiarazione fraudolenta: falsità riferibile anche all’indicazione dei soggetti
Infine, nel reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, la falsità può essere riferita anche all’indicazione dei soggetti con cui è intercorsa l’operazione.

I “soggetti diversi da quelli effettivi”, ai sensi dell’art. 1 lett. a), del citato d.lgs., saranno coloro che, pur avendo apparentemente emesso il documento, non hanno effettuato la prestazione, sono irreali (come nel caso di nomi di fantasia), o non hanno avuto alcun rapporto con il contribuente finale (cfr. Cass., sent., n. 27392/2012).

Non vi è alcun fondamento razionale, tuttavia, nell’affermare che l’ipotesi non ricorre quando i soggetti che appaiono emittenti del documento siano addirittura inesistenti o siano soggetti che nessun rapporto abbiano mai avuto con il contribuente che utilizza il documento medesimo: anche in tal modo, infatti, il contribuente fa apparire di avere speso somme in realtà non sborsate e pone così in essere una lesione del bene giuridico protetto, costituito dal patrimonio erariale.

In base a tali pirincipi, conclude la Cassazione, l’art. 2 d.lgs. n. 74/2000 è applicabile a entrambe le tipologie di falso (ideologico e materiale), tenuto conto che la frode sanzionata da tale norma si distingue da quella di cui all’art. 3 non per la natura del falso, ma per il rapporto di specialità reciproca esistente tra le due disposizioni legislative.

A un nucleo comune, costituito dalla dichiarazione infedele, si aggiungono, in chiave specializzante, nell’art. 2, l’utilizzazione di fatture e documenti equiparabili relativi a operazioni inesistenti e, nell’art. 3, la falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie congiunta con l’utilizzo di mezzi fraudolenti idonei a ostacolare l’accertamento e la previsione di una soglia minima di punibilità.

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Cassazione: pena rinviabile per il mafioso gravemente malato

Cassazione: pena rinviabile per il mafioso gravemente malato.

Per la Corte, la detenzione in carcere o in struttura separata non può contrastare con il generale dovere di evitare trattamenti inumani o degradanti. Sì dunque al differimento della pena in carcere per il mafioso affetto da grave patologia psichica.

Nell’analizzare l’istanza del detenuto volta al differimento della pena (anche sotto forma di detenzione domiciliare) il giudice è tenuto a valutare l’interazione tra la patologia fisica e la patologia psichica di cui è affetto l’istante, tale da determinare una malattia multifattoriale non fronteggiabile in carcere o tale da rendere l’espiazione della pena contraria al senso di umanità.
Se è verificata la sussistenza di tale aspetto, il giudice dovrà disporre il differimento (obbligatorio o facoltativo) della pena o la detenzione domiciliare in quanto mantenere il soggetto portatore di seria patologia psichica in carcere, anche in una struttura separata, non dovrà contrastare con il generale dovere di evitare trattamenti inumani e degradanti, che, essendo assoluto, va applicato quali che siano i comportamenti della vittima e il reato commesso.

Tanto si desume dalla sentenza n. 15531/2018 con cui la Corte di Cassazione, prima sezione penale, si è pronunciata sul ricorso di un uomo, detenuto per fatti di rilevante gravità (tra cui il delitto di associazione mafiosa) con residuo pena superiore a quattro anni.

La vicenda
Questi aveva chiesto al Tribunale di Sorveglianza di Roma il differimento della pena, anche nella forma della detenzione domiciliare, per grave infermità.

Il giudice, tuttavia, aveva rilevato come le sue patologie fossero di natura essenzialmente psichiatrica: il detenuto soffriva di una complessiva difficoltà di adattamento al regime detentivo, con insorgenza di insonnia e stati d’ansia, anche somatizzata; aveva, inoltre, tentato il suicidio e, a seguito di tale episodio, era stato sottoposto a una terapia farmacologica.

L’ultima visita psichiatrica aveva evidenziato una “grave depressione maggiore ricorrente in paziente con screzio psicotico in borderline ex tossicodipendente” con indicazione di necessario programma riabilitativo in un reparto di tipo psichiatrico.

Per il giudice a quo non era poteva applicarsi né la previsione di cui all’art. 147 c.p., che prende in esame la condizione di infermità fisica e non psichica, e neppure (ex art. 148 c.p.) il ricovero presso un ospedale psichiatrico giudiziario, essendo sopravvenuta la disciplina legislativa che ha chiuso tali strutture con affidamento parziale dei compiti, loro spettanti, alle REMS.
Responsabilità penale e patologia psichica: la riforma
Pronunciandosi sul ricorso del detenuto, la Corte di Cassazione prende le mosse dal complesso quadro normativo venutosi a determinare con la riforma del trattamento della patologia psichica “incidente” sulla penale responsabilità, a opera della quale gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono stati sostituiti da strutture residenziali a “esclusiva gestione sanitaria” (le REMS).

Il superamento degli OPG, spiega dettagliatamente il Collegio, è stato accompagnato dalla realizzazione, all’interno degli Istituti Penitenziari, di apposite Sezioni denominate “Articolazioni per la tutela della Salute Mentale” dedicate all’accoglienza dei detenuti appartenenti a specifiche categorie giuridiche in precedenza ospitati negli OPG per ricevere le necessarie cure e assistenza psichiatriche.

Il quadro attuale ha realizzato un trattamento sensibilmente differenziato tra il soggetto portatore di patologia psichica “incidente” sulla capacità di intendere o di volere al momento del fatto (che viene oggi collocato in struttura residenziale a prevalente vocazione trattamentale di tipo sanitario) e il soggetto portatore di grave patologia psichica sopravvenuta durante l’esecuzione, che, non potendo essere accolto nella struttura esterna di nuovo conio, né collocato in quella non più esistente, resta in stato detentivo, affidato al reparto sanitario interno al luogo di detenzione.

Tuttavia, spiegano gli Ermellini, la condizione patologica del detenuto, per la sua consistenza e gravità, può porsi come fattore teso a compromettere il fondamento effettuale della pena, a causa della incapacità del destinatario di comprenderne la finalità e di partecipare al percorso rieducativo, sì da sforare potenzialmente nel trattamento degradante.

La Corte si chiede, quindi, se l’istituzione delle Sezioni interne al circuito penitenziario per la tutela della salute mentale realizzi o meno una risposta compatibile con i valori costituzionali e convenzionali o se la strada da percorrere sia quella dell’ampliamento di operatività della detenzione domiciliare “speciale” a fini essenzialmente terapeutici.

Infatti, la detenzione carceraria, in qualunque forma si realizzi, ha connotati costituzionali molto precisi e stringenti: la finalità primaria della pena (art. 27, co. 3, Cost.) resta quella rieducativa e, in tale ambito, vi è espresso divieto di infliggere al condannato trattamenti contrari al senso di umanità.

Si tratta di un divieto previsto e rafforzato anche da strumenti giuridici sovranazionali, quali la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’ Unione Europea.

Tanto ribadito, gli Ermellini evidenziano come la protrazione della detenzione del soggetto portatore di seria patologia psichica, pur in struttura separata e destinata a realizzare un trattamento sanitario, in tanto risulta compatibile con i principi fondamentali in quanto sia assicurata l’effettività del trattamento sanitario e non contrasti con il generale dovere di evitare trattamenti inumani o degradanti.

Il divieto della tortura o delle pene o trattamenti disumani o degradanti è assoluto, spiegano gli Ermellini, quali che siano i comportamenti della vittima, trovando applicazione anche nelle circostanze più difficili, come la lotta contro il terrorismo e il crimine organizzato. In sostanza, la natura del reato ascritto al ricorrente non è pertinente.

Dunque, lì dove si la protrazione del trattamento detentivo risulti contraria al senso di umanità e rischi di dar luogo ad un trattamento degradante (per la particolare gravità della patologia riscontrata, per la inadeguatezza delle cure prestate, per la assenza delle condizioni materiali idonee), è preciso dovere della autorità giurisdizionale provvedere all’interruzione della carcerazione, mediante l’applicazione delle norme che prevedono tale eventualità.

Come sottolineato anche dagli arresti della giurisprudenza (nazionale e sovranazionale), occorrerà verificare la adeguatezza del trattamento sanitario praticato, in concreto e non in astratto, parametro su cui andrà misuratala valutazione circa il mantenimento o meno della condizione detentiva, pena il rischio concreto di violazione del divieto di infliggere al detenuto un trattamento inumano o degradante.

Applicando tali considerazioni al caso di specie, a fronte dell’emersione di una seria patologia psichica a carico del detenuto, il Tribunale di Sorveglianza ha adottato una pronunzia motivata in modo incongruo, con mantenimento della condizione detentiva e contestuale affidamento del soggetto ad un trattamento sanitario meramente ipotetico.

Non è stata realizzata la necessaria verifica sull’interazione tra patologia psichica e patologia fisica tale da determinare una condizione di malattia plurifattoriale non fronteggiabile in ambiente carcerario o tale da rendere l’espiazione della pena contraria al senso di umanità, aspetto che, se apprezzato come sussistente, deve condurre pacificamente all’applicabilità del differimento (obbligatorio o facoltativo) o della detenzione domiciliare (art. 47-ter, co. 1-ter, ord. pen).

In particolare, deve essere accertato preliminarmente l’aspetto della effettiva accessibilità e adeguatezza dei trattamenti praticabili nella Sezione per la tutela della Salute Mentale. In assenza di simili valutazioni, il provvedimento finisce con il trasferire sul detenuto il rischio di mancata esecuzione del provvedimento di riallocazione e, soprattutto, di inadeguatezza del trattamento terapeutico praticabile all’interno del circuito penitenziario.

L’ordinanza impugnata va dunque annullata con rinvio, per nuovo esame, al Tribunale di Sorveglianza

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Responsabilità medica: assolto il sanitario che cura il cancro con l’ayurvedica

Responsabilità medica: assolto il sanitario che cura il cancro con l’ayurvedica

Per la Cassazione, ai fini della condanna occorre escludere che il paziente, con la medicina tradizionale sarebbe guarito o ottenuto benefici migliori medico con mani in testa per senso di colpa e stetoscopio.

La IV Sezione della Cassazione, con sentenza 7659/2018 ha assolto il medico che prescriveva la medicina ayurvedica dal reato di omicidio ex articolo 589 del Codice Penale.

La medicina ayurvedica, di origine indiana, è un articolato sistema medico, il quale comprende prevenzione e cura finalizzata a migliorare ed allungare la vita in armonia con la natura, quindi per tale medicina equilibrio tra uomo ed ambiente significa benessere e salute, mentre il contrario significa malattia.

Per l’ayurveda l’energia vitale assume il nome di prana, mentre ogni entità fisica si caratterizza per un habitus caratterizzato da tre elementi: vata,pitta e kapha. Vata è l’aria e lo spazio; Pitta è il fuoco; Kapha terra ed acqua. Tali elementi consistono nel dosha.

Il principio di diritto espresso dalla Suprema corte è il cosiddetto giudizio contra fattuale in virtù del quale il comportamento dell’agente è causa di un evento solamente nel caso in cui senza di questo l’evento morte, non si sarebbe verificato, al contrario non lo è se, anche in assenza di tale comportamento, l’evento si sarebbe comunque verificato.

Gli Ermellini di Piazza Cavour a Sezioni Unite hanno statuito che il nesso causale può intervenire nel caso in cui, alla luce di un giudizio contra fattuale, alla luce di regole di esperienza ovvero alla luce di principi scientifici, venga accertato che, innanzi ad una condotta medica oculata, l’evento morte non si sarebbe verificato, ovvero si sarebbe verificato ma in un momento assai posteriore o con minore intensità.

Il giudice ha l’onere di verificare la validità della legge scientifica applicata al caso concreto alla luce delle circostanze del fatto ovvero all’evidenza disponibile, in modo che mediante un ragionamento probatorio, il quale abbia scartato l’interferenza di elementi eziologici, risulti essere giustificata e processualmente certo che la condotta omissiva del sanitario sia stata condizione necessaria dell’evento morte con una elevata percentuale di credibilità razionale.

Alla luce di ciò, nel caso di specie, il medico non può ritenersi responsabile, in quanto non sono stati provati gli eventuali effetti benefici della medicina tradizionale rispetto a quella ayurvedica. La sentenza va annullata quindi con rinvio.

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I rapporti su Facebook non provano il legame affettivo

I rapporti su Facebook non provano il legame affettivo.

Per la Cassazione sms e rapporti via social non provano il solido e duraturo legame per il risarcimento del danno non patrimoniale.

Non bastano i frequenti messaggi e i rapporti via Facebook a dimostrare che tra congiunti esiste un solido e duraturo legame affettivo. Pertanto va negato agli zii il risarcimento del danno non patrimoniale a causa della morte del nipote provocata da un incidente stradale. Le tabelle milanesi, inoltre, escludono questi parenti dalla lista dei risarcibili.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione, quarta sezione penale, nella sentenza n. 11428/2017, rigettando il ricorso promosso dagli zii di un giovane, costituitisi parte civile nel processo in cui una donna era stata imputata per il decesso del ragazzo, avvenuto dopo che la sua vettura aveva impattato contro la moto da lui guidata

La Corte d’Appello aveva rideterminato la pena nei confronti dell’imputata ed escluso che a tali congiunti spettasse il risarcimento del danno da illecito aquiliano, poiché le tabelle di Milano non contemplano tali parenti nella lista dei risarcibili.

In Cassazione, i ricorrenti ritengono vada valorizzata l’importanza del rapporto parentale ai fini della pretesa risarcitoria e richiamano la sentenza a Sezioni Unite civili n. 26972/2008 con cui si era affermato che, in presenza di un saldo e duraturo legale affettivo, la lesione che colpisce tale situazione affettiva connota l’ingiustizia del danno e ne rende risarcibili le conseguenze pregiudizievoli a prescindere dal’esistenza di rapporti di parentela e affinità giuridicamente rilevanti come tali

Per i ricorrenti, la Corte territoriale avrebbe erroneamente considerato il parametro della convivenza quale principale elemento di valutazione, mentre, invece, era stata fornita la prova dell’esistenza e della durata del rapporto stabile e continuativo nel tempo come documentato dal contenuto dei messaggi sms e via Facebook con il ragazzo che testimoniavano il legale affettivo.

Gli Ermellini rammentano che il danno non patrimoniale deve essere inteso nella sua accezione più ampia di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica.

Secondo i giudici, quello che difetta nel caso in esame, nonostante il corretto richiamo al dictum delle Sezioni Unite, è proprio la prova della presenza di quel saldo e duraturo legale affettivo alla cui esistenza le stesse Sezioni Unite ancorano la possibile lesione atta a connotare l’ingiustizia del danno e a renderne risarcibili le conseguenze pregiudizievoli a prescindere dall’esistenza di rapporti di parentela o affinità giuridicamente rilevanti come tali.

Messaggi sms o rapporti intrattenuti sui social come Facebook, a prescindere dalla loro utilizzabilità, non possono dire provata la sussistenza di tale legale stante la loro labilità e inconsistenza. È esperienza comune, rammenta il Collegio, che soprattutto i giovani hanno centinaia e centinaia di “amici” su Facebook e con molti di essi intrattengono rapporti meramente virtuali che evidentemente nulla hanno a che vedere con i concetti di amicizia e stabile rapporto affettivo.

Non può dunque prescindersi dalla dimostrazione dell’intensità della relazione esistente tra i congiunti e la vittima dell’illecito: a tal proposito, la convivenza, precisa la Cassazione, pur non essendo un requisito imprescindibile e da intendere in senso assoluto, è comunque un indice di grande importanza e va inteso come stabile legale tra persone connotato da duratura e significativa comunanza di vita che deve dimostrare chi rivendica il diritto al risarcimento.

Spetterà all’interprete, caso per caso, valutare il concreto configurarsi delle relazioni affettive e parentali in ragione di peculiari condizioni soggettive e situazioni di gatto singolarmente valutabili, escludendo ogni carattere risolutivo della convivenza, che costituisce comunque un significativo elemento di valutazione. In assenza di questo elemento, tuttavia, può comunque dimostrarsi la sussistenza di un concreto pregiudizio derivante dalla perdita del congiunto.

Si vuole in tal modo scoraggiare pretese risarcitorie strumentali (o comunque che abusano del sistema risarcitorio) da parte di soggetti di fatto distanti dalla rete affettiva familiare. Particolare importanza assume il ruolo del giudice che dovrà verificate attentamente l’adempimento del completo onere probatorio da parte del soggetto che chiede il risarcimento.

Nel caso di specie non sono stati portati elementi concreti, al di là dello scambio di sms e di “amicizia” su Facebook, atti a provare un legame affettivo e parentale solido e permanente tra la persona offesa e gli zii, pertanto la domanda va rigettata.

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Cassazione: valido l’alcoltest corretto a mano

Cassazione: valido l’alcoltest corretto a mano.
La correzione dell’orario effettuata a penna dai verbalizzanti è una mera irregolarità che non mette in dubbio l’esito dell’alcoltest.

L’orario sugli scontrini, corretto a mano, non mette in dubbio l’esito dell’alcoltest. L’intervento a penna dei verbalizzanti (gli agenti della polizia stradale) è irrilevante ai fini dell’efficacia dei risultati forniti dall’etilometro, tenendo conto anche delle evidenti condizioni di ubriachezza dell’uomo. Lo ha sancito la quarta sezione penale della Cassazione con la sentenza n. 8060/2017.

La vicenda aveva per protagonista un uomo condannato in appello per il reato ex art. 186 lett. c) Cds per aver guidato in stato di ebbrezza la propria Fiat 500 con tasso alcolemico rilevato di g/l 1,74 e 1,77.

L’uomo proponeva ricorso per cassazione lamentando erronea applicazione della legge e difetto di motivazione laddove il giudice di merito aveva riconosciuto la sua colpevolezza pur in assenza di una prova certa che gli scontrini dell’alcoltest fossero riconducibili allo stesso. Riteneva che la corte di merito avesse travisato la prova, non avendo rilevato che l’orario degli scontrini non corrispondeva a quello del verbale e che era stata necessaria una correzione a penna fatta dai verbalizzanti per rendere gli atti coerenti tra loro.

Per gli Ermellini però il ricorso è infondato e va rigettato.

Secondo la consolidata giurisprudenza, premettono infatti, “il vizio di travisamento della prova deducibile in cassazione, ai sensi dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen., è configurabile quando si introduce nella motivazione una informazione rilevante che non esiste nel processo o quando si omette la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronuncia”.

Nel caso di specie, invece, “le correzioni apportate a mano sugli scontrini, non sono sfuggite alla valutazione del giudice di merito che, sul punto, ha offerto una specifica motivazione, osservando come si fosse trattato di una mera irregolarità che non metteva in dubbio la funzionalità dell’apparecchio”.?Inequivocabili, peraltro, concludono dal Palazzaccio, le condizioni dell’uomo, che presentava come evidenziato dal giudice di merito “elementi sintomatici – di ubriachezza – quali l’alito vinoso, la difficoltà di coordinamento e di espressione e la condotta di guida contromano ed a zig zag, tanto evidente, da indurre un cittadino ad allertare la polizia stradale che era poi prontamente intervenuta”?

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Prendere il telefono del partner per leggere gli sms è reato

Prendere il telefono del partner per leggere gli sms è reato.

Per la giurisprudenza della Cassazione, la sottrazione del cellulare del partner al fine di visionarne il contenuto integra il delitto di rapina.

media_138847Il “vizietto” di controllare il cellulare dell’altro, per spiare telefonate e messaggi e scoprire se ci nasconde qualcosa (è inutile negarlo) in amore non risparmia nessuno. Ma è meglio controllare i propri istinti “gelosi” perché possono trasformarsi in una condotta punibile penalmente e, in particolare, integrare il reato di rapina.

Nell’impossessarsi della cosa altrui, perseguendo esclusivamente un’utilità morale (consistente, appunto, nel visionare i messaggi contenuti nel telefono), è da ritenersi sussistente, infatti, l’ingiustizia del profitto richiesta dal reato, in quanto si tratta di finalità antigiuridica che viola il diritto alla riservatezza e incide sul bene primario dell’autodeterminazione della persona nella sfera delle relazioni umane.

Applicando questi principi, la Corte di Cassazione, ha confermato la condanna inflitta nel merito per il delitto di rapina, nei confronti di un uomo che aveva letteralmente “scippato” il cellulare alla propria ragazza nell’intento di leggere i messaggi in esso contenuti, alla ricerca di prove del suo tradimento (cfr. Cass. n. 24297/2016).

Per la Corte, la condotta è inquadrabile senza ombra di dubbio nel delitto di rapina, piuttosto che in quello meno grave di furto con strappo, come invocato dalla difesa, giacché tale ultimo reato è integrato dalla condotta di violenza “immediatamente rivolta verso la cosa e solo in via del tutto indiretta verso la persona che la detiene”, mentre il primo ricorre “quando la res sia particolarmente aderente al corpo del possessore e la violenza si estenda necessariamente alla persona, dovendo il soggetto attivo vincerne la resistenza e non solo superare la forza di coesione inerente alla normale relazione fisica fra il possessore e la cosa sottratta” (cfr., tra le altre, Cass. n. 41464/2010), come avvenuto nel caso di specie.

Analogamente si è espressa la S.C., qualche tempo prima, nei confronti di un ragazzo di Barletta che per provare i tradimenti della propria ex, le ha sottratto il cellulare per leggere gli sms e mostrarli al futuro (mancato!) suocero (cfr. Cass. n. 11467/2015).

Anche in tal caso, dal Palazzaccio hanno ritenuto che la condotta del ragazzo integrasse il delitto di rapina, confermando così la condanna a due mesi di reclusione e la multa di 600 euro inflitta dalla Corte d’Appello di Bari.

A nulla sono valse le doglianze dell’imputato sulla mancata sussistenza dell’ingiustizia del profitto, richiesta dal delitto, in quanto l’azione era stata compiuta al solo fine di far conoscere al padre della ex i messaggi che la stessa riceveva da un altro uomo, dimostrando così la sua condotta fedifraga.

Gli Ermellini, infatti, hanno ricordato che nel delitto di rapina “il profitto può concretarsi in qualsiasi utilità, anche solo morale, in qualsiasi soddisfazione o godimento che l’agente si riprometta di ritrarre, anche non immediatamente, dalla propria azione, purchè questa sia attuata impossessandosi con violenza o minaccia della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene”.

E l’intento del ragazzo, di dimostrare al genitore la scorrettezza del comportamento tenuto dalla figlia nei suoi confronti “integra pienamente il requisito dell’ingiustizia del profitto morale che l’agente voleva ricavare dall’impossessamento del telefono cellulare della sua ex fidanzata”.

Inoltre, hanno sottolineato i giudici di legittimità, la “perquisizione” del cellulare con l’intenzione di prendere cognizione dei messaggi ricevuti dalla ragazza integra una “finalità antigiuridica, in quanto violando il diritto alla riservatezza, incide sul bene primario dell’autodeterminazione della persona nella sfera delle relazioni umane”.

Infatti, ha ricordato la Cassazione, “bacchettando” la condotta del ragazzo ed enunciando un principio di carattere generale: “l’instaurazione di una relazione sentimentale fra due persone appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile all’autodeterminazione fondato sull’art. 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo (e della donna) senza che sia rispettata la sua libertà di autodeterminazione”. Il che, nella sfera sessuale, hanno concluso i giudici della S.C., “comporta la libertà di intraprendere relazioni sentimentali e di porvi termine”.

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Il coniuge che entra nella casa assegnata alla ex commette reato. Anche se è comproprietario

Il coniuge che entra nella casa assegnata alla ex commette reato. Anche se è comproprietario.

Nonostante la casa sia di proprietà comune è integrato il reato di violazione di domicilio.

mutuo31Ex coniuge invadente? Il rischio, per colui che si introduce nella casa coniugale assegnata all’altro, è quello di finire direttamente davanti al giudice penale per il reato di violazione di domicilio. Non è infrequente, infatti, che seppur la casa sia stata assegnata all’altro, l’ex decida di accedervi ugualmente

Tale attegiamento non è, tuttavia, privo di conseguenze, come dimostra la giurisprudenza intervenuta sul tema in diverse occasioni, soprattutto quando i rapporti tra i coniugi sono irrimediabilmente compromessi.

Nel 2012 il Tribunale di Padova con sentenza datata 1° febbraio, ha condannato per molestia e violazione di domicilio il marito che si era introdotto furtivamente nella casa assegnata all’altro coniuge.

L’uomo, a seguito della separazione, era rimasto privo di un tetto sulla testa e si era rifugiato nella cantina dell’abitazione gravata da un mutuo di cui lui continuava ad occuparsi.

Tuttavia, tanto non è bastato a sfuggire alla condanna dopo la denuncia della moglie, accortasi che l’uomo approfittava dei momenti di sua assenza per salrie al piano superiore e mangiare e lavarsi.

Per il giudice integra, infatti, violazione di domicilio, aggravato dalla violenza sulle cose, la condotta di colui che si introduce nell’abitazione altrui dopo aver sostituito la serratura della porta.

Anche la Corte di Cassazione ha affrontato la tematica, come dimostra lasentenza n. 19116/2009 con la quale gli Ermellini hanno stabilito che va condannato l’ex marito che, seppur comproprietario della ex casa coniugale, vi si introduca senza il consenso della moglie a cui era stata assegnata. Nessuna tolleranza, insomma, anche se l’ex consorte è comproprietario dell’abitazione.

Stesso scenario quello che emerge dalla sentenza n. 6377/2010 resa dalla quinta sezione penale della Suprema Corte, che ha confermato la condanna per il marito recatosi senza autorizzazione nella casa in cui viveva la ex moglie, per fotocopiare documenti che gli servivano per il divorzio.

Viene escluso che si tratti del reato di furto, stante la sottrazione di alcuni documenti, ma solo provvisoriamente, mentre invece scatta l’accusa diviolazione di domicilio, giacche l’imputato si era introdotto sine titulonell’abitazione della persona offesa per entrare in possesso delle carte.

La Cassazione, con la sentenza n. 15696/2014, ha confermato la condanna per violazione di domicilio all’ex moglie che si era introdotta, dopo la separazione, nell’abitazione di comune proprietà assegnata al marito. La donna aveva forzato la porta d’ingresso e aveva aggredito il consorte, danneggiando le suppellettili dell’appartamento in cui questi viveva.

La Corte di legittimità ha ribadito che non ha alcun rilievo il fatto che la donna fosse comproprietaria dell’appartamento abitato, una volta accertato che lo stesso era stato assegnato al marito in sede di separazione legale dalla moglie.

Inutile, inoltre, anche affermare di aver ricevuto le chiavi dal marito: infatti, prosegue la Corte, seppur l’imputata avesse avuto, per qualche motivo, il possesso delle chiavi dell’appartamento, certamente non era autorizzata ad entrare, con la forza, nell’abitazione dell’ex.

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Remissione tacita di querela se la persona offesa avvertita dal giudice è assente in udienza

Remissione tacita di querela se la persona offesa avvertita dal giudice è assente in udienza.

Per le Sezioni Unite di Cassazione, il comportamento va considerato incompatibile con la volontà di persistere nella querela.

COPERTINA-ART-QUERELAIntegra remissione tacita di querela il comportamento del querelante che non compaia all’udienza dibattimentale, dopo essere stato in precedenza espressamente avvisato dal giudice che la sua eventuale assenza sarà interpretata come fatto incompatibile con la volontà di persistere nella querela.

Lo hanno disposto le Sezioni Unite Penali di Cassazione, nella sentenza n. 31668/2016 a seguito del ricorso del Procuratore Generale della Corte d’Appello.

Il Giudice di Pace aveva dichiarato non doversi procedere nei confronti dell’imputato in ordine ai delitti di ingiuria, considerandoli estinti per remissione di querela, sul presupposto in diritto che l’assenza in udienza, tanto della persona offesa (previamente avvertita dal giudice che la sua mancata comparizione sarebbe stata considerata come volontà di conciliare la lite e, quindi, di rimettere la querela) quanto dell’imputato (parimenti avvertito che la sua assenza sarebbe stata considerata come accettazione della remissione della querela), significasse tacita espressione, rispettivamente, di remissione della querela e di accettazione della medesima.

La questione viene affidata alle Sezioni Unite in ragione del riprodursi di un contrasto giurisprudenziale sulla questione, ossia: “Se nel procedimento davanti al giudice di pace, instaurato a seguito di citazione disposta dal pubblico ministero, configura remissione tacita di querela la mancata comparizione del querelante, previamente ed espressamente avvisato che l’eventuale sua assenza sarebbe stata interpretata come volontà di non insistere nell’istanza di punizione”.

Gli Ermellini evidenziano che la condotta considerata nel presente processo, costituita dal non essere il querelante comparso in udienza a seguito dell’avvertimento che ciò sarebbe stato considerato volontà implicita di rimessione della querela, può bene essere inquadrata nel concetto di fatto di natura extraprocessuale incompatibile con la volontà di persistere nella querela, a norma dell’art. 152, secondo comma, terzo periodo, cod. pen.

Inoltre, in considerazione della previsione di un inderogabile dovere del giudice di pace di favorire la conciliazione tra le parti nei casi di reati perseguibili a querela, ben può essere riconosciuta al giudice stesso la scelta delle modalità più opportune per perseguire tale obiettivo, se del caso rendendo avvertite le parti della valutazione che potrebbe essere attribuita a una loro condotta passiva: volontà tacita del querelante di rimessione e mancanza di volontà di ricusa del querelato.

Le Sezioni Unite enunciano, dunque, il seguente principio di diritto: “Integra remissione tacita di querela la mancata comparizione alla udienza dibattimentale del querelante previamente ed espressamente avvertito dal giudice che l’eventuale sua assenza sarà interpretata come fatto incompatibile con la volontà di persistere nella querela”.

I giudici precisano che, in tale contesto normativo, teso a rafforzare le esigenze informative delle vittime dei reati, alle quali vanno peraltro specularmente assegnati altrettanti oneri di partecipazione al processo, va certamente considerata come legittima – ed anzi auspicabile – una prassi alla stregua della quale il giudice, nel disporre la citazione delle parti, abbia cura dì inserire un avvertimento alla persona offesa e al querelato circa la valutazione in termini di remissione della querela della mancata comparizione del querelante e di mancanza di ricusa della remissione della mancata comparizione del querelato.

Una simile opportuna iniziativa, prosegue il Collegio, appare anche in sintonia con il rispetto del principio della ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111, secondo comma, Cost., favorendo definizioni del procedimento che passino attraverso la verifica dell’assenza di un perdurante interesse della persona offesa all’accertamento delle responsabilità penali e precludano sin dalle prime battute lo svolgimento di sterili attività processuali destinate a concludersi comunque con un esito di improcedibilità dell’azione penale o di estinzione del reato.

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